Risarcimento per sovraffollamento carcere: tanto rumore per (quasi) nulla

    Giuseppe Campanelli

    La mai troppo vituperata prassi della “politica degli annunci” deve essere tracimata dagli avvilenti resoconti del teatrino della politica perché, purtroppo, sembra essersi impadronita anche dei commenti ai provvedimenti giurisdizionali, spesso con tutta la virulenza del malcostume intellettuale di chi urla prima di avere approfondito.

    In particolare, questo è quanto è avvenuto a seguito della attenzione mediatica conferita alla Ordinanza del Magistrato di Sorveglianza di Lecce dott. Tarantino che ha liquidato una somma simbolica in favore di un detenuto tunisino che lamentava le incivili condizioni di detenzione, a causa del sovraffollamento della Casa Circondariale di Lecce.

    Certo l’argomento è complesso e tocca numerosi punti di discussione tanto da sollecitare, secondo le differenti prospettazioni, sdegno, preoccupazione ,soddisfazione o speranze.

    Tralasciando a priori il sempre deprimente panorama dei commenti politici, vorrei esemplificativamente citare due fonti che certamente possono a buon diritto vantare titolo di esprimersi in ragione di una diretta e puntuale informativa dell’universo inframurario.

    Ovvero il grido di allarme di un sindacato della Polizia Penitenziaria, che, per bocca di Eugenio Sarno, segretario generale del sindacato penitenziario Uil-Pae, paventa i catastrofici effetti di una possibile class action dei detenutiche affollano le degradate e degradanti carceri italiane», con ulteriori aggressioni ai già limitati fondi ministeriali , oppure il moderato ottimismo di chi da anni segue il desolante panorama dell’universo carcerario in Italia, e fra questi Patrizio Gonnella.

    In realtà la nota ordinanza non ha quel carattere così radicalmente innovativo ed anzi, sotto certi aspetti, è fortemente contraddittoria in punto motivazionale e certamente deludente sul piano dell’afflato umanitario.

    In particolare, e questo l’estensore lo esprime con molta chiarezza, è da respingere la paventata immediata e diretta consequenzialità tra sovraffollamento (overcrowding) e diritto al risarcimento, dovendosi valutare in concreto il dato trattamentale nelle sue modalità complessive.

    Tuttavia, siamo di fronte ad un provvedimento ben scritto e dottamente argomentato, con puntuali e calzanti riferimenti giurisprudenziali e normativi che promanano da uno sforzo interpretativo dipanatosi in una cinquantina di pagine che, contrariamente a quanto da taluno sostenuto, non hanno nulla di narcisistico.

    Appare anzi particolarmente pregevole l’esposizione dell’iter logico-argomentativo in base al quale l’estensore perviene alla affermazione della competenza del Magistrato di Sorveglianza, anche in ordine alla istanza risarcitoria introdotta ai sensi dell’art. 35 della l. 345/75, convenzionalmente Ordinamento Penitenziario.

    Ed è questo, a ben guardare, il punto fortemente e radicalmente innovativo introdotto dal giudice salentino.

    Infatti, dipanando con logica consequenzialità ogni singolo elemento, si perviene alla declaratoria della “giurisdizione piena ed esclusiva del Magistrato di Sorveglianza” risolvendo la “competizione giurisdizionale” rispetto ad ipotesi di competenza esclusiva o parziale del giudice civile e/o di quello amministrativo .

    Il tutto partendo dal dictum della Corte Costituzionale che, nella sentenza 26/99 sul fondamentale presupposto della necessitata “tutela giurisdizionale nei confronti di atti della amministrazione penitenziaria lesivi di diritti quando la lesione sia potenziale conseguenza del regime di sottoposizione a quella restrizione”. Secondo l’estensore, diretta conseguenza di questo principio è la ampiezza della “copertura giurisdizionale” del Magistrato di Sorveglianza che, oltre ai diritti costituzionalmente garantiti deve estendersi a tutte le posizioni giuridiche che possono essere lese da provvedimenti che incidano sulle concrete modalità trattamentali, sia attraverso “misure speciali” quali il regime particolare di cui all’art. 41 bis O.P., che da “determinazioni amministrative prese nell’ambito della gestione ordinaria della vita del carcere”.

    E ciò è ancora più vero “nel caso di atti che incidono per finalità rieducative sul trattamento, essendo gli stessi tutti rimessi al vaglio della giurisdizione di sorveglianza che svolge un ruolo di garante assoluto del trattamento”.

    Quindi, si enfatizza il ruolo della magistratura di sorveglianza come “garante terzo ed imparziale” di un “fair and public trail” nel quale l’internato e l’amministrazione penitenziaria, quest’ultima per il tramite della Avvocatura dello Stato, siano contrapposti in un contesto di “egalitee des armes” .

    Molto interessante è anche lo sforzo interpretativo in base al quale si legittima la congruenza del procedimento cartolare in camera di consiglio rispetto ai principi costituzionali del cd. giusto processo con particolare riferimento al “principio di concentrazione delle tutele, ai fini di economia processuale e della ragionevole durata del processo

    Sin qui i passaggi veramente innovativi che, non casualmente sono quelli meglio, più compiutamente e pregevolmente esposti.

    Tuttavia, prima di addentraci nelle “dolenti note” o meglio nella parte di questa ordinanza che a mio parere non è condivisibile, è necessario ripercorrere, in stringente sintesi, i presupposti normativi e giurisprudenziali che sostanziano la richiesta di risarcimento del detenuto ed il parziale accoglimento della stessa.

    Il presupposto argomentativo basilare è quello espresso dal CPT (acronimo di Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura e delle pene e trattamenti inumani o degradanti) che ha identificato in 7 mq. il limite di superficie minima abitabile.

    Su questo si innesta una non troppo variegata costellazione di sentenze della CEDU, fra le quali spicca la n. 22635 del del 16.7.2009 (Sulejmanovic/Italia) con la quale la Corte di Strasburgo ha ritenuto che il ricorrente è stato vittima di «trattamenti inumani e degradanti» posto che tra il novembre 2002 e l’aprile 2003, ha condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, dunque, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali ha trascorso oltre diciotto ore al giorno.

    Tuttavia, ed è questa la pietra di volta del complesso argomentativo che sottende il provvedimento, se pure la Corte riafferma apertis verbis che il sovraffollamento delle carceri rappresenta un trattamento inumano e degradante (e non si vede chi possa sostenere il contrario) certamente dilata lo spettro valutativo ben oltre una mera valutazione volumetrica.

    Infatti, sostiene la Corte che rispetto ad ogni caso specifico si deve tenere conto della possibilità di “compensare il deficit abitativo delle celle con possibilità di fruire di spazi comuni, servizi igienici esterni alle celle, palestre,biblioteche,cortili”.

    Ed è qui che si deve innestare, quindi, una valutazione strettamente soggettiva, relativa al rapporto tra volumetria abitativa e disponibilità di spazi esterni alla cella, con finalità trattamentali.

    Ed è appunto questo il percorso valutativo nel quale, coerentemente, si muove il magistrato leccese, giungendo significativamente ad affermare che “la mancanza di uno spazio minimo vitale rappresenta….uno, ma non l’unico dei più importanti dati dai quali desumere la violazione dell’art. 3 della Convenzione CEDU, che si traduce comunque in un vulnus della dignità umana”.

    E sempre in rigorosa coerenza il Magistrato di Sorveglianza conclude che sussiste concreta lesione della dignità del detenuto “costretto a trascorrere 19 ore e mezza al giorno nella (torrida) estate del 2010 dal 10 Luglio al 6 settembre, 67 giorni condividendo una cella con altri due detenuti con a disposizione un limitato spazio vitale pari a mq. 3,39 al lordo degli arredi e dormendo su di un letto posto ad appena 50 cm dal soffitto…avendo solo la possibilità di trascorrere fuori dalla camera detentiva dalle ore 8,30 alle 11,00 e dalle 15 alle 17, periodo nel quale l’ora d’aria trascorsa in un cortile di cemento di modeste dimensione non appare attività salutare”.

    Quindi il ricorrente si è trovato in uno stato nel quale “l’unico sollievo sembra poter essere rinvenuto nel mero decorso del tempo scandito da una alba sempre uguale e senza fine”.

    E tale lesione non si concretizza automaticamente nel calcolo volumetrico delle condizioni abitative, bensì nella impossibilità di porvi temperamento con la “compensazione trattamentale” come innanzi delineata, posto che,in tali condizioni, viene leso un diritto costituzionalmente garantito, ovvero “subire una pena che sia costantemente orientata alla rieducazione” .

    Si concretizza così, una prima ed importante decisione che individua i parametri valutativi del rapporto tra danno esistenziale e diritto alla funzione rieducativa.

    Anzi, il Magistrato di Sorveglianza, si spinge sino ad un definizione del rapporto tra Amministrazione Penitenziaria e detenuto che, fermo il presupposto del “neminem laedere”, si sostanzia nell’obbligo della prima di garantire ed offrire al secondo “occasioni trattamentali”.

    Siamo quindi in presenza di una vera e propria “obbligazione di mezzi” che, in caso di inadempimento, si sostanzia in una “ipotesi analizzata dalla giurisprudenza nel caso di mobbing cagionato dall’amministrazione-datrice di lavoro al proprio dipendente per violazione dell’art. 2087 CC

    Ne deriva la natura risarcitoria del danno.

    Su questi presupposti argomentativi, congrui e consequenziali, si innesta però una incoerente valutazione del danno, che francamente non può essere condivisa.

    Infatti il magistrato estensore ritiene con argomentazioni esili e di maniera, che il detenuto reclamante non abbia diritto al risarcimento per la “lesione della dignità umana” posto che la “fruizione di un livello trattamentale sia pur minimo determina il mancato superamento di un livello di tollerabilità tale da dover essere risarcito”.

    Si tratta, evidentemente di una tautologia autoreferenziale in quanto priva di ogni riferimento a qualsivoglia parametro.

    Non casualmente il presupposto basilare per la sussistenza della omissione della Amministrazione Penitenziaria è appunto quello della “compensazione del deficit abitativo”, quindi una valutazione parametrica di natura strettamente oggettiva.

    Questo è elegantemente riportato dall’estensore nella parte motiva.

    Pertanto è frutto di evidente ed eclatante contraddizione affermare che una occasione trattamentale “sia pur minima” possa a priori compensare condizioni abitative bestiali.

    Peraltro, il puntello argomentativo del richiamo al “dovere di solidarietà sociale che grava anche in capo a chi sia detenuto” è francamente inspiegabile.

    Non me ne voglia l’estensore ma, posto che tale dovere non appare compendiato in alcun codice, non è dato di comprendere la pratica estrinsecazione di tale assunto.

    In virtù di un “dovere di solidarietà sociale” il detenuto dovrebbe accontentarsi di quello che passa il convento a livello di occasioni trattamentali e così sopportare asceticamente condizioni carcerarie disumane e non “compensate”?

    Ed il richiamo al mobbing ed alla “obbligazione di mezzi” ?

    Più articolato e, francamente, meglio motivato, appare il diniego del richiesto danno biologico.

    Infatti è assolutamente giusto e condivisibile l’assunto in base al quale “il danno patrimoniale anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona costituisce danno-conseguenza che deve essere allegato e provato, sia pure mediante presunzioni”.

    Sostiene il magistrato che il ricorrente non ha compiutamente adempiuto all’onere di allegazione essendosi “limitando generiche affermazioni senza neppure indicazioni di precise modalità di tempo e luogo”.

    Sul punto, il commentatore non ha spazi argomentativi e, francamente, neppure interesse di confutare.

    Tuttavia si impone una riflessione in prospettiva costituzionalmente orientata, e specificatamente in tema di “giusto processo”.

    La codificazione della competenza del Magistrato di Sorveglianza anche sul “quantum debeatur” crea non poche perplessità relativamente alla simmetria processuale in punto di onere di allegazione probatoria.

    Infatti, se è vero che grava sulla Amministrazione Penitenziaria l’obbligo giuridico della salvaguardia della incolumità fisica del detenuto, è altrettanto vero che la stessa, attraverso il patrocinio della Avvocatura Distrettuale dello Stato può agevolmente ricorrere alla produzione del Diario Clinico, che è un atto fidefacente di sua stessa emanazione.

    Quali possono essere per il detenuto gli spazi di acquisizione e/o formazione della prova ?

    Soltanto due, ovvero la richiesta di acquisizione di acquisizione di copia del Diario Clinico, che deve essere in pratica concessa o autorizzata da… controparte, oppure la astratta ed economicamente poco praticabile possibilità di formarsi una propria e autonoma documentazione di parte, ricorrendo alla richiesta di cui al terzultimo comma dell’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario.

    Il detenuto può richiedere di essere visitato a proprie spese da un sanitario di sua fiducia, ma tale oneroso adempimento è soggetto ad autorizzazione del magistrato che procede o, nel caso di passaggio in giudicato del titolo esecutivo, dal Direttore dell’Istituto, ovvero una emanazione funzionale di… controparte.

    Alla luce di questa situazione è evidente come principi comunitari di “egalité des armes” e “fair and public trail” si risolvano in vane, seppur eleganti, enunciazioni di principio.

    La criticità di questa argomentazione non attiene, ovviamente, al provvedimento qui in commento, bensì a più ampie valutazioni di opportunità.

    Infatti, è consequenziale e non assoggettabile a critica alcuna, la scelta di non applicare le “tabelle milanesi” in assenza di danno biologico e ciò in quanto con ogni evidenza il Magistrato di Sorveglianza leccese non potrà certo farsi carico dell’onere della codifica di nuovi parametri di formazione della prova.

    Il dato preoccupante è però quello di avere creato una sorta di procedimento falsamente paritario, a fronte del quale sarebbe necessario trovare dei temperamenti al rigido protocollo del contraddittorio cartolare.

    Ad esempio, si potrebbe codificare, l’acquisizione ex officio del Diario Clinico, sottraendo quindi la specifica fonte di prova al regime delle… autorizzazioni di controparte.

    Sul punto, comunque ci sarà modo di osservare e di verificare quale sarà la pratica attuazione di questa pronuncia.

    Infatti, netta è la sensazione di scetticismo che pervade gli addetti ai lavori in ordine alla pratica ricaduta giudiziale che si determinerà per effetto di questo provvedimento.

    Come se si fosse lanciato un ponte di funi sul dirupo dei principi generali, ma poi non si fosse in grado di percorrerlo nel rispetto degli stessi.

    Peraltro, la magistratura di sorveglianza, già gravata di oneri pesantissimi che deve affrontare con strumenti molto più che inadeguati, posta a fronte della risoluzione della esclusiva ed integrale titolarità della competenza anche in questo genere di procedimenti, dovrà essere necessariamente munita di ulteriori mezzi, o quanto meno, di rigidi parametri procedimentali che possano essere di ausilio nella corretta ed equilibrata gestione di questa tipologia di reclami.

    Perché questa ordinanza, in buona sostanza, è un compendio di buoni propositi esposti in maniera veramente encomiabile che poi si traducono in risultati che, per usare un eufemismo, potremmo definire non soddisfacenti.

    Si è detto della disapplicazione delle tabelle milanesi a fronte della negazione del danno biologico, ma è l’applicazione di un criterio liquidatorio “equitativo” che appare francamente sconcertante.

    La quantificazione in via equitativa, anche sintatticamente, appare cosa differente da “approssimativa”, da “immotivata” e da “apodittica”.

    Il Magistrato assume come parametro la quantificazione adottata dalla CEDU nel richiamata sentenza 22635 del del 16.7.2009 (Sulejmanovic/Italia).

    In quella occasione il consesso di Strasburgo ritenne di liquidare un risarcimento equitativo di mille euro di indennizzo a fronte di un periodo di due mesi di restrizione in condizioni non conformi.

    Nel caso di specie il magistrato leccese afferma versarsi in presenza di violazione meno grave e protrattasi per un periodo inferiore di appena due giorni (dal 10 luglio al 6 settembre 2010 ovvero 58 giorni) e pertanto in via asseritamente “equitativa” ritiene di liquidare la somma di 220,00 euro.

    Nel ribadire che la quantificazione in via equitativa, anche sintatticamente, appare cosa differente da “approssimativa”, da “immotivata” e da “apodittica”, si evidenzia come in assenza di maggiore specificazione argomentativa, nel caso di specie emerga la contraddizione in cui incorre il magistrato che prima qualifica il danno come “risarcimento” e poi assume a parametro valutativo un “indennizzo”.

    Tuttavia, al di là di queste osservazioni formali, si deve osservare che il criterio adottato ha partorito un risarcimento complessivo di 220 euro che, parametrato alla protrazione della violazione, ovvero 58 giorni, si sostanzia in 3,79 euro pro die.

    Si tratta di una somma che francamente e con fermezza deve essere definita offensiva, soprattutto ove si ponga mente al valore intrinseco dei principi enunciati ed alla oggettiva valutazione delle condizioni di detenzione nel torrido complesso penitenziario leccese di Borgo San Nicola, edificato in modo da essere circondato… dal nulla.

    Parlavo prima di “un ponte di funi lanciato sul dirupo dei principi generali” e della sensazione che non si fosse in grado di percorrerlo “nel rispetto degli stessi”.

    Questa quantificazione del “risarcimento” è la pratica manifestazione di quella perplessità e, ferma e ribadita la apprezzabilità intrinseca dell’immane sforzo argomentativo egregiamente e compendiosamente sostenuto dall’estensore, permangono intatte le perplessità di chi scrive, presumibilmente condivise dagli operatori del diritto.

    Più volte nel corpo della parte motiva, il magistrato leccese cita “il preoccupante disinteresse del legislatore” e ciò fa in relazione agli oneri che permangono delegati alla magistratura di sorveglianza.

    Ed anche in questo caso, un volenteroso magistrato supplisce, con i mezzi a sua disposizione, a tale disinteresse.

    Giuseppe Campanelli

    Avvocato in Roma