Ddl 3491, relazione di accompagnamento

    Il 26 settembre 2012, la Corte di Cassazione — V sezione penale — ha reso definitiva la sentenza di condanna della Corte d’appello di Milano del 17 giugno 2011, a carico del direttore del «Giornale», dottor Alessandro Sallusti, a 14 mesi di reclusione per il reato di diffamazione aggravata, per un editoriale apparso nel mese di febbraio 2007 sul quotidiano «Libero», firmato con lo pseudonimo «Dreyfus».

    Il Procuratore della Repubblica di Milano ha annunciato, successivamente, la sospensione della pena detentiva, per assenza di cumuli di pena e di recidive.

    Con riferimento all’ordinamento italiano, la legge 8 febbraio 1948, n. 47, — recante «Disposizioni sulla stampa», all’articolo 13 (Pene per la diffamazione) prevede la reclusione da uno a sei anni e la multa non inferiore a 500.000 lire per chi commette diffamazione commessa col mezzo della stampa, mentre gli articoli 594 e 595 del codice penale stabiliscono, rispettivamente, la reclusione fino a sei mesi o la multa fino a euro 516 per il reato di ingiuria e la reclusione fino a un anno o la multa fino a euro 1032 per il reato di diffamazione.

    Occorre evidenziare che in quasi tutti gli Stati occidentali la pena per i reati di opinione è soltanto pecuniaria e anche per tale motivo, l’anomalia presente nel nostro ordinamento deve essere corretta e superata.

    La detenzione per il reato d’opinione è una misura drastica che è stata recentemente condannata anche dall’Unione europea. Con la sentenza del 2 aprile 2009 «prima sezione, ricorso n. 2444/07 nel caso Kydonis vs. Grecia — l’Alta Corte di Strasburgo, infatti, ha affermato che il carcere, ove previsto negli ordinamenti interni nei casi di diffamazione, ha un effetto deterrente sulla libertà del giornalista di informare, con effetti negativi sulla collettività, la quale, a sua volta, ha il diritto di ricevere informazioni. Le pene detentive, infatti, non sono compatibili con la libertà di espressione garantita dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, anche quando, nella prassi, il carcere è convertito in ammende pecuniarie e la pena è sospesa.

    Per questi motivi con la sopraccitata sentenza la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Grecia obbligandola al risarcimento dei danni materiali e morali al giornalista ritenuto colpevole di diffamazione. In particolare, la Corte ha precisato che la detenzione può essere ammessa solo in casi eccezionali, quando il giornalista incita alla violenza o all’odio. Negli altri casi, la previsione del carcere «è suscettibile di provocare un effetto dissuasivo per l’esercizio della libertà di stampa», impedendo «la partecipazione alla discussione su questioni che hanno un interesse generale legittimo». In pratica, se nell’ordinamento interno è stabilito il carcere nei casi di diffamazione (come avviene in Grecia — che ha una norma analoga all’articolo 595 del codice penale italiano) siamo in presenza di una violazione certa della Convenzione poiché la misura applicata è sproporzionata rispetto al reato.

    In Francia, ove la diffamazione a mezzo stampa conserva profili penalistici e, tuttavia, la pena si riduce sempre ad un’ammenda, di recente l’ex Presidente Sarkozy aveva annunciato una riforma per la depenalizzazione del reato.

    In Gran Bretagna, per mezzo del Coroners and justice act, la diffamazione a mezzo stampa non è più reato, e in particolare, tutti i reati che riguardano la sfera d’opinione e della diffamazione come, ad esempio, la «defamation, sedition and seditious libel, defamatory libel, obscene libel» sono stati depenalizzati.

    Del pari, negli Stati Uniti la legge sulla diffamazione si inserisce nel Primo emendamento della Costituzione, con il quale è previsto che un contenuto si definisce diffamante se è falso o «motivated by malice» (motivato da intenzioni malevole). Per questa ragione in più di 30 Stati il reato non è nemmeno perseguito.

    Alla luce di quanto sopra evidenziato, occorre intervenire con urgenza sulla disciplina della responsabilità per diffamazione nel nostro Paese, omogeneizzandola agli standard europei che prevedono sanzioni pecuniarie e non detentive, al fine di trovare un equilibrio tra la liberta di stampa e la tutela della reputazione dei singoli.

    In tale direzione, il presente disegno di legge reca modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, e al codice penale in materia di diffamazione, volte a prevedere per i reati richiamati sanzioni pecuniarie in luogo delle sanzioni detentive.