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Economia 4.0: i fattori chiave della crescita digitale

Per affrontare in modo adeguato le sfide e le opportunità della trasformazione digitale, gli investimenti innovativi, le competenze e la ricerca scientifica svolgono un ruolo centrale nell’utilizzo e nella gestione delle nuove tecnologie, dai big data, ai robot, all’intelligenza artificiale, e all’Internet delle cose. La digitalizzazione, infatti, offre un immenso potenziale per aumentare la produttività e migliorare il benessere, ed avere una maggiore capacità di decisione, tuttavia, tale trasformazione può anche accentuare le disuguaglianze. Con un’azione volta a migliorare le competenze e l’attività di ricerca, i Paesi possono garantire, attraverso politiche adeguate, che le nuove tecnologie consentano a tutti di ottenere risultati migliori.

Vedremo come un contributo positivo alla crescita economica in termini di investimenti innovativi proviene in parte anche dalle multinazionali estere sulla base dell’indagine Istat relativa alle statistiche Inward ed Outward FATS, e per quanto riguarda invece le competenze digitali in Europa esamineremo il report elaborato dall’OCSE per monitorarne l’evoluzione, lo “Skills Outlook Scoreboard”. In particolare lo Skills Outlook Scoreboard valuta in che misura ogni paese è in grado di sfruttare al meglio la digitalizzazione. I risultati sono misurati su 3 dimensioni principali: Competenze per la digitalizzazione, Esposizione digitale e le Politiche relative alle competenze.

Successivamente l’articolo si focalizzerà sull’importanza dell’attività di ricerca scientifica e tecnologica, analizzando a livello europeo e regionale la spesa in ricerca e sviluppo e la diffusione delle startup innovative. Seguirà infine un contributo che approfondisce il tema startup in ambito agrotech, definendo cos’è l’agricoltura 4.0, quali sono le principali tecnologie adottate, il tipo di applicazione che ne deriva e la descrizione dello scenario di startup in ambito agro-tech in italia.

ECONOMIA 4.0 E INVESTIMENTI ESTERI: MULTINAZIONALI E ATTRATTIVITA’ DEL SISTEMA ITALIA

Secondo i dati diffusi dall’Istat, nel 2017 continua l’espansione delle multinazionali estere in Italia e delle italiane all’estero. Le prime stanno consolidando il contributo positivo alla crescita del sistema produttivo italiano, sono infatti attive in Italia 14.994 imprese a controllo estero che occupano quasi 1,4 milioni di addetti (+4,0% rispetto al 2016), con un fatturano (al netto di attività finanziarie e assicurative) di oltre 572 miliardi di euro (+6,1%), e quasi 17 miliardi di investimenti fissi lordi, con una spesa in ricerca e sviluppo per oltre 3,3 miliardi.

Rispetto ai principali aggregati economici nazionali dell’industria e dei servizi le multinazionali estere contribuiscono con l’8,0% degli addetti, il 18,5% del fatturato e il 17,5% degli investimenti. Le multinazionali estere contribuiscono inoltre in modo significativo all’interscambio commerciale italiano, realizzano infatti il 28% delle esportazioni nazionali di merci e attivano il 47,7% delle importazioni. Gli Stati Uniti sono il paese con il più elevato numero di imprese e addetti a controllo estero in Italia (2.314 imprese, con oltre 284 mila addetti). Segue la Germania, con 2.073 imprese e quasi 181 mila addetti, e la Francia con 1987 imprese e oltre 271 addetti.

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Inoltre dal report Istat emergono informazioni interessanti di carattere qualitativo sulle controllate estere in Italia riguardo le indicazioni sulle strategie di investimento e i profili di comportamento delle affiliate estere. Nel biennio 2017-2018 il 30,9% delle imprese industriali a controllo estero e il 26,5% di quelle dei servizi dichiarano di beneficiare di trasferimenti di conoscenze scientifiche e tecnologiche dall’estero per il tramite del gruppo di appartenenza. I trasferimenti dall’estero di competenze manageriali e commerciali hanno invece interessato il 42,1% delle controllate estere attive nell’industria e il 40,1% delle controllate estere attive nei servizi.

Nel biennio 2017-2018 dall’analisi dei profili che qualificano la produzione o la vendita di merci e servizi realizzati dal gruppo multinazionale in Italia emerge che quasi il 47% delle controllate estere che operano nell’industria ha dichiarato di realizzare attività che incorporano rilevanti contenuti di innovazione e ricerca realizzati in Italia, mentre nel caso dei servizi si riduce a circa il 26% (per approfondimenti).

I dati recenti dell’OCSE sui flussi degli investimenti diretti esteri, oltre a mettere in evidenza una frenata del commercio internazionale (i flussi in ingresso nell’area OCSE nella prima metà del 2019 sono scesi del 43% rispetto al semestre precedente), mostrano che i flussi in arrivo nell’Unione Europea sono scesi del 62%, con investimenti in calo in 19 dei 28 Stati membri, e il calo per gli Stati Uniti è stato di oltre il 25%.

Nella prima metà del 2019 gli Stati Uniti risultano i primi nella classifica dei Paesi in grado di attrarre più investimenti diretti esteri, seguiti dalla Cina, che ha visto aumentare i flussi in ingresso del 5%, dalla Francia, dal Brasile, dall’India e dalla Germania, in cui i flussi di investimenti diretti in entrata sono aumentati a 22 miliardi di dollari rispetto ad un miliardo del semestre precedente. Il Regno Unito ha registrato forti frenate dei flussi in ingresso, mentre Belgio, Irlanda e Spagna hanno registrato disinvestimenti. L’Italia ha visto gli investimenti in ingresso scendere da quasi 21 miliardi di dollari del secondo semestre 2018 a meno di 7 nel primo semestre 2019.

Graf.1 Investimenti diretti esteri in ingresso di alcuni Paesi, miliardi di dollari

Fonte: dati OECD

ECONOMIA 4.0 E RICERCA: SKILLS OUTLOOK SCOREBOARD DELL’OCSE

Lo Skills Outlook Scoreboard 2019 dell’OCSE mostra che la popolazione italiana non possiede le competenze di base necessarie per prosperare in un mondo digitale, sia in società che sul posto di lavoro. Solo il 36% degli individui in Italia, il livello più basso tra i paesi OCSE, è in grado di utilizzare Internet in maniera complessa e diversificata.

In Italia, secondo stime OCSE, il 13.8% dei lavoratori sono in occupazioni ad alto rischio di automazione e avrebbero bisogno di una formazione moderata (fino a 1 anno) per passare a occupazioni più sicure, con basso o medio rischio di automazione (contro il 10.9% dell’OCSE). Un altro 4.2% avrebbe bisogno di una formazione intensa (fino a 3 anni) per evitare l’alto rischio di automazione sul posto di lavoro. Tuttavia, solo il 30% degli adulti ha ricevuto formazione (sia questa non formale o informale) negli ultimi 12 mesi, contro una media OCSE del 42%.

Un’ampia gamma di competenze permette di sfruttare dei vantaggi derivanti dall’uso di Internet e delle nuove tecnologie. In Italia, tuttavia, solo il 21% degli individui in età compresa tra i 16 e i 65 anni possiede un buon livello di alfabetizzazione e capacità di calcolo (cioè ottengono almeno un punteggio di livello 3 nei test di alfabetizzazione e calcolo PIAAC). Si tratta del terzo peggior risultato tra i paesi esaminati. In Italia, la partecipazione dei lavoratori in percorsi di formazione continua è bassa rispetto agli standard internazionali. Inoltre, i lavoratori più esposti al rischio di automazione e i lavoratori poco qualificati partecipano meno ad attività di formazione se confrontati con i lavoratori altamente qualificati o con un basso rischio di automazione.

Graf.2 Prospetto del Skills Outlook Scoreboard 2019 per l’Italia

Fonte: dati OECD (per approfondimenti e per lo scoreboard)

ECONOMIA 4.0 E RICERCA: POSIZIONAMENTO DELL’ITALIA IN RICERCA&SVILUPPO E STARTUP INNOVATIVE

L’investimento in attività di ricerca & sviluppo rappresenta uno dei fattori chiave per lo sviluppo di un’economia. La definizione di ricerca & sviluppo fornita dal Manuale di Frascati dell’OCSE comprende l’insieme di attività svolte con l’obiettivo sia di sviluppare nuove conoscenze ed accrescerle sia di utilizzare quelle preesistenti per nuove applicazioni. L’ammontare della spesa per R&S da parte dei diversi soggetti e l’ammontare del finanziamento pubblico da parte del governo centrale o regionale sono indicatori di particolare interesse in termini scientifici e tecnologici.

Nello specifico il GERD (Gross domestic expenditure on R&D), che analizzeremo di seguito, misura la spesa totale interna per R&S effettuata in un determinato periodo di riferimento, anche presentato come indicatore di intensità in rapporto percentuale del Prodotto Interno Lordo (PIL), ed è usato per descrivere le attività di R&S all’interno di un paese.

Dai dati Eurostat emerge che nell’Unione Europea l’intensità di ricerca e sviluppo passa dall’1,77% del 2007 al 2,07% del 2017. La Cina registra livelli simili all’Europa, invece le grandi economie che registrano valori percentuali superiori all’Europa sono: Sud Corea (che passa dal 3% del 2007 al 4,22% del 2015), Giappone (passa dal 3,34% del 2007 al 3,28% del 2015) e Stati Uniti (passano dal 2,63% del 2007 al 2,76% del 2015).

Mentre i paesi europei con i livelli più alti per intensità di ricerca e sviluppo (al di sopra del 3%) sono: Svezia (3,33%), Austria (3,16%), Danimarca (3,06%) e Germany (3,02%). I primi 5 paesi sotto la media europea sono: Paesi Bassi (1,99%), Slovenia (1,86%), Rep. Ceca (1,79%), Regno Unito (1,67%) e Italia (1,38% ultimo dato Istat). Dal lato opposto i paesi con la più bassa percentuale sono: Romania (0,5%), Lettonia (0,51%), Malta (0,55%), Cipro (0,56%), Bulgaria (0,75%), Croazia (0,86%), Lituania and Slovacchia (entrambe con 0,88%). Si osserva infine che nel corso del decennio 2007-2017 l’Austria e il Belgio sono i paesi che hanno registrano il maggior incremento della spesa per ricerca e sviluppo.

Graf.3 L’Intensità di ricerca & sviluppo per paese europeo, 2017

Fonte: dati Eurostat (per approfondimenti)

In Italia si osserva che, nel 2017, la spesa per R&S intra-muros raggiunge quasi 23,8 miliardi di euro per l’insieme dei settori istituzionali (imprese, istituzioni pubbliche, istituzioni private non profit e università), e aumenta del 2,7% a prezzi correnti rispetto all’anno precedente. In particolare la spesa delle imprese, che raggiunge i 14,8 miliardi di euro, aumenta del 5,3%, quella delle istituzioni pubbliche aumenta dello 0,9% e delle Università dello 0,2%, mentre diminuisce quella delle istituzioni private non profit (-29,3%).

A livello regionale la spesa per R&S si concentra nelle regioni del Centro nord. Il 68,1% della spesa totale (68,0% nel 2016), pari a 16,2 miliardi di euro, è concentrato in cinque regioni (Lombardia con il 20,6%, Lazio con 13,9%, Emilia-Romagna 13,1%, Piemonte 11,7% e Veneto 8,9%).

Tab.1 La spesa intra-muros per ricerca & sviluppo per regione, 2017 (migliaia di euro a prezzi correnti)

Fonte: elaborazioni su dati Istat (dati disponibili anche su BlogDataOfficer)

Per quanto riguarda l’ecosistema delle startup innovative italiane, orientate allo sviluppo, alla produzione o commercializzazione di prodotti e servizi ad alto valore tecnologico, secondo i dati Infocamere – Unioncamere del terzo trimestre 2019 il numero di startup ha superato le 10 mila unità (startup.registroimprese.it).

Le startup innovative, che spaziano dalla forte propensione alla ricerca e sviluppo, alla composizione dell’organico orientata all’eccellenza accademica, fino alla gestione di licenze e brevetti, sono localizzate prevalentemente in Lombardia, dove le 2.810 startup rappresentano circa il 26% del totale, e nel Lazio con 1.175 startup, seguono l’Emilia (940), il Veneto (886) e la Campania (859).

La maggior parte delle startup innovative si colloca nel settore dei servizi (oltre il 75%), all’interno del quale quasi la metà si occupa di produzione di software. Segue il settore industria-artigianato per numero di realtà con alto valore tecnologico, poi il commercio, il turismo ed infine l’agricoltura.

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Negli ultimi dieci anni, dalla nascita dello smartphone alla robotica, l’economia post-fordista ha subito un profondo mutamento e sta ora attraversando un processo irreversibile di trasformazione digitale chiamato Quarta rivoluzione industriale o Economia 4.0. I fattori che...



ECONOMIA 4.0 E STARTUP AGRICOLTURA 4.0: Il boom dell’Agricoltura 4.0 in Italia (a cura di Giulia Simonelli)

Cosa intendiamo per agricoltura 4.0? L’Agricoltura 4.0 fa riferimento a un tipo di agricolura “smart” o “digital”. Si tratta di un’evoluzione del concetto di “agricoltura di precisione” ed è l’insieme di strumenti e strategie che consentono all’azienda agricola di impiegare in maniera sinergica e interconnessa tecnologie avanzate con lo scopo di rendere più efficiente e sostenibile la produzione.

Secondo i dati dall’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano, il mercato dell’agricoltura 4.0 in Italia vale tra i 370 e i 430 milioni di euro e rappresenta il 18% di quello europeo e il 5% di quello globale. Dall’indagine condotta su 1.467 aziende emerge che il 55% utilizza sempre più di frequente soluzioni orientate sull’Agritech e sono oltre 300 le soluzioni già sul mercato, con ruoli e posizionamento molto diversi lungo la filiera (Fig. 1).

Figura 1: Le tecnologie abilitatnti le soluzioni di agricoltura 4.0 (Base: 309 soluzioni)

Fonte: Osservatorio Smart Agrifood

Adottare soluzioni 4.0 in ambito agricolo comprende l’utilizzo di dati come, per esempio, le caratteristiche fisiche e biochimiche del suolo per definire interventi mirati e piu efficienti. Innovazioni in ambito agrotech permettono inoltre di prevedere l’insorgenza di alcune malattie delle piante o individuare in anticipo i parassiti che potrebbero attaccare le coltivazioni, riducendo di fatto gli sprechi.

Un altro ambito di applicazione dell’agricoltura 4.0 è quello della tracciabilità della filiera e, secondo gli addetti ai lavori, è qui che  si intravedono le prospettive più interessanti guardando al futuro.

Durante ogni passaggio, dal campo al confezionamento, è possibile raccogliere dati utili a mantenere sotto controllo ogni step del processo di produzione.

I risultati positivi di queste pratiche sono testimoniati anche dai numeri. “Il 30% delle imprese che adottano soluzioni digitali di tracciabilità rileva una riduzione degli errori di inserimento dei dati e del rischio di manomissione […] e il 21% un risparmio di tempo per la raccolta dei dati. Anche i processi e le relazioni nella supply chain beneficiano di queste soluzioni, soprattutto per quanto riguarda i costi di gestione delle scorte (15%), la riduzione degli sprechi alimentari (14%) e il consolidamento dei rapporti di filiera (13%). Il 13% delle aziende ha anche riscontrato un aumento delle vendite”.

Figura 2: La tracciabilita’ della filiera produttiva

Fonte: Osservatorio Smart Agrifood

Sono 500 le startup internazionali finanziate che offrono soluzioni digitali al settore agricolo e agroalimentare censite dall’Osservatorio, fondate a partire dal 2012, per un totale di 2,9 miliardi di dollari di investimenti raccolti. L’Italia è il paese europeo con il maggior numero di startup, ma incide soltanto per l’1% sul totale dei finanziamenti ricevuti dalle nuove imprese, con solo 25,3 milioni di euro. Lombardia ed Emilia Romagna sono le regioni con la maggiore presenza di nuove aziende Smart AgriFood (33% e 17% rispettivamente). Non trascurabili il Lazio, che conta il 9% degli incubatori, il Veneto (8%) e la Campania con il 6% (per approfondimenti vedi Fiere Zootecniche Internazionali di Cremona 2018 ).

Tra le tecnologie emergenti piu adottate per l’innovazione del settore agricolo ci sono sicuramente i dati, che vengono utilizzati dal 94% delle startup operanti nella Agricoltura 4.0. Il 56% impiega tecnologie IoT per raccogliere e trasmettere dati in tempo reale sulle condizioni ambientali e per monitorare le attività delle macchine. Seguono i droni (24%) e i robot per le attività in campo (3%). I dati sono preziosi anche per la qualità alimentare. Ne fa uso il 78% delle startup operanti in questo ambito, mentre il 75% sfrutta l’IoT.

L’eCommerce è il principale ambito di interesse per le startup, con il 65% delle nuove imprese internazionali attive e un’incidenza sui finanziamenti pari all’84% del totale. La maggior parte delle startup eCommerce offre soluzioni in cui emergono business model innovativi volti a dare sostenibilità ai piccoli produttori di qualità, aprendo loro un canale diretto verso i consumatori finali. Il 24% delle start up censite, invece, opera nell’ambito Agricoltura 4.0, per un totale dell’ 11% dei finanziamenti complessivi. Qui emergono soprattutto le soluzioni digitali per il monitoraggio da remoto di terreni e coltivazioni (69%). Sono seguite da servizi di analisi e integrazione dei dati per supportare gli agricoltori nel processo decisionale (27%). E da strumenti di mappatura di terreni e coltivazioni a partire dai dati sulla resa delle colture o da immagini ricavate da droni (24%). Più marginali le startup che offrono soluzioni per migliorare la qualità alimentare (8%) e la sostenibilità (4%) e quelle in ambito zootecnia di precisione (3%).

Per approfondire consigliamo il volume:

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