innovazione

Da ormai più di dieci anni il semplice telefono (“phone”) è diventato intelligente (“smartphone”) e tutto è cambiato: non più un semplice strumento per comunicare, ma una finestra sempre aperta sul web. Da qualche anno, inoltre, si sono evoluti anche gli orologi, divenendo anch’essi “smart”. Quello degli smartwatch è un settore in crescita costante: Abi Research stima che, alla fine del 2018, siano 40 milioni gli orologi da polso sempre connessi e con funzioni di monitoraggio dei parametri vitali, sfiorando quota 100 milioni di dispositivi entro i prossimi 4 anni. Numeri che confermano come questi dispositivi non si possano più considerare come destinati ad esperti di tecnologia o ad appassionati di fitness, dato che è sempre più frequente vederli sfoggiati da manager, studenti, casalinghe e pensionati.

Amazon e Google, da un paio d’anni, sono entrati di prepotenza nel mercato della domotica, un settore letteralmente rivoluzionato con la diffusione di dispositivi intelligenti costantemente connessi e in grado di rispondere a tutte (o quasi) le nostre domande: podcast e notiziari sempre disponibili, informazioni sul meteo e sul traffico aggiornate all’ultimo istante, film e musica suggerita sulla base dei nostri interessi, analiticamente analizzati e catalogati grazie ad un monitoraggio costante delle pagine visitate dal nostro computer o dal nostro telefono.

Le nostre case diventano, così, sempre più tecnologiche, e grazie all’interconnessione di questi dispositivi intelligenti con i nostri telefoni e i nostri smartwatch, le possibilità di personalizzazione dei servizi di intrattenimento (e non solo) si moltiplicano quasi all’infinito.

Secondo la School of Management del Politecnico di Milano, siamo ancora all’inizio. Secondo quanto ha reso noto l’istituto di ricerca e formazione meneghino nei giorni scorsi, presentando i risultati di una indagine approfondita su questo fenomeno, manca la piena consapevolezza, da parte dei consumatori, delle reali potenzialità (e rischi?) legate all’uso di smartphone, smartwatch e dispositivi di domotica.

In particolare l’applicabilità di queste tecnologie nel settore della salute sembrano offrire opportunità enormi, e i colossi assicurativi ovviamente sono tra i primi ad essersene accorti.

Milioni di persone che, ogni giorno, più o meno consapevolmente, inviano i propri parametri vitali nel “cloud”, ovvero su server centrali che affinano sempre di più la conoscenza non solo delle nostre abitudini, ma anche del nostro stato di salute, costituiscono un patrimonio di dati preziosissimo per le compagnie.

Lo conferma la presidente dell’Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici, Maria Bianca Farina, intervenuta il 15 febbraio scorso in occasione del secondo meeting annuale dell’osservatorio “Innovation by Ania”, descrivendo queste nuove opportunità con toni entusiastici: “Se ben utilizzata e guidata dal buonsenso, la tecnologia – ha commentato – sarà un supporto enorme per il nostro futuro, soprattutto nel campo della salute”. Sono pronte a proporsi nel mercato, quindi, le prime polizze che prevedono l’invio periodico automatico dei propri parametri biometrici, probabilmente a fronte di sconti o condizioni di favore per l’assicurato che accetta di essere costantemente monitorato. E per chi non vuole rinunciare al proprio orologio classico è già pronto il patch adesivo digitale, un cerotto munito di chip in grado di registrare e fornire alla compagnia tutte le informazioni genomiche e i dati sui parametri vitali, così da mappare i rischi di ciascun cliente in maniera mirata e specifica.

Lo smartwatch al polso di un assicurato come la scatola nera montata nell’autovettura? L’accostamento di questi due strumenti non è così azzardato come si possa pensare. Entrambi sono dispositivi in grado di monitorare in tempo reale tutti i parametri del soggetto (o dell’oggetto) controllato. Dati che, in mano ad una compagnia di assicurazioni, sono oro colato perché consentono in ogni istante di aggiornare il livello di rischio assicurato. E magari anche di giustificare eventuali negazioni di indennizzo.

Negli Stati Uniti ci sono arrivati prima di noi, come sempre.

Da mesi ormai i clienti della John Hancock, colosso assicurativo d’oltreoceano, possono scegliere polizze salute che prevedono forti sconti se si impegnano a fornire periodicamente i dati rilevati da dispositivi “wearable”, ovvero “indossabili”. Addirittura esistono offerte che regalano al cliente uno smartwatch costantemente collegato “in cloud” ai server della compagnia, che quindi ha a portata di click lo stato di salute dell’assicurato in ogni momento.

Eppure, come nel caso della scatola nera per l’auto, molti sembrano sottovalutare il rischio di errore che, come per tutti i dispositivi elettronici, è sempre dietro l’angolo. Così come i malfunzionamenti nelle scatole nere non sono certo sporadici, è facile intuire che anche gli smartwatch non sono esenti da margini di imprecisione. Va detto, poi, che gli errori delle black box sono molto difficili da contestare in caso di sinistro, con il rischio assai concreto di dover rinunciare ingiustamente al legittimo risarcimento: si pensi ai casi di errore nel rilevamento della velocità, o alla localizzazione sbagliata del mezzo per la perdita del segnale gps. Solo tramite lunghe e costose perizie si può sperare di riuscire a provare il malfunzionamento del dispositivo e contestarne il rilievo. Problemi che potrebbero verificarsi anche per la contestazione di errori nei dati biometrici rilevati dagli smartwatch o dal patch adesivo in grado di determinare la negazione di un indennizzo? E’ probabile.

Come cambierà il mercato delle polizze salute grazie a questi strumenti potrà dirlo solo il tempo. Di certo una conoscenza più specifica del rischio assunto dalla compagnia dovrebbe comportare la definizione di un premio maggiormente calibrato sul reale caso specifico del singolo cliente. In definitiva, premi più alti per i soggetti più a rischio, premi più bassi per coloro i quali godono di migliore salute. Ma sarà davvero così? Assisteremo ad una riduzione dei premi o l’ausilio di questi dispositivi servirà soltanto ad avere nuovi pretesti per negare il riconoscimento dell’indennizzo?

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