Novità dalla Corte costituzionale in tema di pensioni per i lavoratori autonomi. D’ora in poi anche gli autonomi potranno ambire a un assegno pensionistico più alto, facendo leva sulla sterilizzazione degli anni contributivi meno favorevoli.

Nel momento in cui maturano i requisiti per la pensione, e nel frattempo avessero deciso di continuare la propria attività lavorativa, se il loro assegno pensionistico risulta più alto rispetto a quello della effettiva data di cessazione dei lavoro, questi professionisti possono godere dell’assegno più alto 8e quindi a loro più favorevole).

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I giudici di legittimità hanno infatti ritenuto incostituzionale la disparità di trattamento tra lavoratori dipendenti e autonomi, in merito al principio di sterilizzazione dei contributi dannosi per il calcolo della pensione, quelli cioè che restituiscono ai contribuenti importi di assegno più basso e sfavorevole.

La sentenza in questione della Corte costituzionale è quella dello scorso 4 luglio (sentenza n.173 del 4 luglio). Ad essere ritenuti incostituzionali sono le parti:

  • nell’a 5, comma 1, della legge 2 agosto 1990, n. 233 (Riforma dei trattamenti pensionistici dei lavoratori autonomi),
  • nell’art. 1, comma 18, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare),

nella parte in cui non prevedono che, nel caso di esercizio da parte del lavoratore di attività autonoma, successivamente al momento in cui egli abbia già conseguito la prescritta anzianità contributiva, la pensione liquidata non possa essere comunque inferiore a quella che sarebbe spettata al raggiungimento dell’età pensionabile calcolata con i contributi minimi già versati, escludendo quindi dal computo, a ogni effetto, i periodi successivi e la relativa contribuzione meno favorevole e perfino «dannosa».

Pensioni autonomi: la sentenza della Corte costituzionale 

La sentenza in questione riguardava un contribuente che a partire dal 1° luglio 2010 risultava titolare di pensione di vecchiaia, ottenuta con cumulo della contribuzione versata come lavoratore dipendente e in seguito come lavoratore autonomo commerciante. La pensione risultante era di 1.275,89 euro al mese. Però,  al 31 dicembre 2007, aveva maturato il requisito contributivo minimo (numero 1.824 settimane) e che, in base ai calcoli effettuati dal patronato non contestati dall’Istituto previdenziale, qualora avesse richiesto la liquidazione della pensione di vecchiaia contestualmente al raggiungimento del requisito minimo contributivo, utilizzando pertanto solo i contributi versati sino ad allora, egli avrebbe percepito un trattamento pensionistico più favorevole (euro 1.618,40 mensili), rispetto a quello che gli era stato corrisposto dal 1° luglio 2010. Un assegno nettamente più alto.

Ovviamente le norme non prevedevano la possibilità di ottenere questo assegno pensionistico più favorevole sono state impugnate, cioè quelle che impongono di calcolare la pensione sulla media del reddito percepito negli ultimi dieci anni di attività e quindi tenendo conto dei redditi relativi agli anni dal 2000 al 2010. Media che risulta significativamente più bassa, di quella che si ottiene prendendo come riferimento i redditi prodotti negli anni 1998/2007, ovvero il decennio antecedente alla data in cui l’interessato aveva conseguito il requisito minimo contributivo.

La decisione della Corte ha stabilito che anche per lavoratore autonomo è stato affermato il principio della sterilizzazione, pronunciato dalla Corte costituzionale con riferimento al lavoratore subordinato. Quindi anche il lavoratore autonomo ha diritto a sterilizzare gli anni contributivi meno favorevoli e godere di assegni più alti.

Consulta lo speciale Pensione anticipata 

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