monologo di pierfrancesco favino al festival di sanremo (fonte: ansa)

Nella settimana più nazionalpopolare dell’anno, quella che coincide con il Festival di Sanremo, era fisiologico che la campagna elettorale si prendesse una pausa. Le attenzioni di media e pubblico sono tutte concentrate sulle canzoni, gli abiti delle soubrette, magari qualche gaffe o strafalcione che faccia discutere e divertire per qualche effimero lasso di tempo.

Non è stata eccezione quest’anno, anzi, se vogliamo, lo è stata nella misura in cui la gara canora ha tenuto banco un po’ dappertutto. Il successo dell’edizione 2018 targata Claudio Baglioni ha monopolizzato il dibattito del Paese, tra ascolti record, possibili esclusioni e superospiti. Tutto più che sufficiente, per giornali, tv e audience, a mettere in secondo piano diatribe e contrapposizioni politiche. Quando è il partito di Sanremo a parlare, gli Italiani si riuniscono ancor più di quanto fanno con la Nazionale di calcio.

In realtà, però, c’è stato un tema trasversale sia alle serate al Teatro Ariston che alle cronache sui giornali ed è quello dell’immigrazione e della sicurezza, che, come si era anticipato qui la scorsa settimana, è ormai la questione numero uno delle elezioni 2018.

Cortei e manifestazioni antifasciste, organizzate dopo la strage sfiorata della sparatoria contro un gruppo di stranieri a Macerata, hanno tenuto banco, complici sia la grande sanrepartecipazione sia i soliti, vergognosi eccessi di gruppi limitati, ma comunque da censurare.

Cori e striscioni a inneggiare le Foibe nella concomitanza della Giornata del Ricordo non hanno che dimostrato, ancora una volta, come il movimentismo e l’attivismo spesso si sposino con frange nemiche della democrazia e della Storia che pretendono di difendere. Lasciando, peraltro, campo libero agli oppositori, che non perdono occasione per screditare i manifestanti in blocco, di fronte a questi ingiustificabili eccessi.

Per fortuna, ci ha pensato proprio Sanremo a riportare il confronto su un binario più civile ed elevato, e questa è stata una vera e propria novità. La straordinaria interpretazione di Pierfrancesco Favino, che sabato sera in diretta su Rai1 ha recitato il monologo di Bernard-Marie Koltes dal titolo “La notte poco prima delle foreste” ha emozionato non solo i presenti in sala, ma gli oltre 11 milioni di telespettatori seduti davanti al teleschermo.

Al riparo da polemiche e strumentalizzazioni, questo pezzo di bravura dell’attore romano, realmente commoso, ha trasmesso il disagio universale di sentirsi straniero, quello dei disperati che attraversano deserto e Mediterraneo, ma anche dei giovani costretti ad emigrare in cerca di lavoro e di un futuro credibile.

Il trasporto con cui Favino ha intrattenuto il pubblico, da solo, per i dieci minuti più toccanti di tutto il Festival, ha finalmente ricondotto la Rai a una dimensione tangibile di servizio pubblico che, specie nei grandi eventi, tende a essere messa in disparte per lasciare spazio all’intrattenimento. Un vero gioiello che resterà negli infiniti annali di questo programma.

Guarda il video del monologo di Favino

Il filmato da sabato notte è uno dei contenuti più condivisi sui social ed è finito su tutti i notiziari, continuando ad ammirare e far discutere per la profondità del messaggio e il pathos del protagonista.

Il lato negativo, se vogliamo, è che per riportare la tv a queste vette sia stata necessaria la presenza – e la grande verve recitativa – di un attore cinematografico e di teatro, ma merito va anche a chi lo ha scelto, portandolo per la prima volta al centro dell’evento nazionale, finalmente non solo lustrini e farfalline, ma stimolo alla coscienza e alla riflessione critica.

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