risultati comunali 2016

Dopo il referendum veneto, quali sono gli scenari che si aprono? Rischiamo anche in Italia il bis della Catalogna, oppure finirà tutto con le solite dichiarazioni post voto, con i politici che esultano indipendentemente da numeri e risultati, ma poi nulla verrà messo in concreto?

Intanto, cominciamo con due fatti: i votanti si sono espressi a larghissima maggioranza per la maggiore autonomia, e il voto elettronico è stato un mezzo flop. Soprattutto in Lombardia, infatti, dati hanno cominciato ad arrivare molto tardi e non si è riusciti a dare un metro definitivo sull’affluenza neanche parecchie ore dopo la chiusura della consultazione.

Del resto, non era in bilico certo la preponderanza dei Sì, semmai la misura della partecipazione a una chiamata che pareva riguardare da vicino solo gli elettori e simpatizzanti leghisti, e invece, conti alla mano, così non è stato. In Veneto il dato di affluenza finale supera abbondantemente il 57%, segno che la materia è molto sentita anche al di là delle affinità di partito. Il dato della Lombardia potrebbe discostarsi verso il basso: si parla del 40%. Sicuramente, oggi Maroni e – soprattutto – Zaia hanno più di una ragione per esultare, anche in virtù dell’endorsement di alcuni esponenti di schieramenti avversi, come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, in quota Pd ed ex braccio destro di Matteo Renzi.


Chi se la passa, forse, meno bene oggi è Silvio Berlusconi, che di fronte alle telecamere aveva sì appoggiato l’iniziativa, ma in realtà sperava che la bolla autonomista potesse rientrare, nel suo sogno malcelato di riproporre l’alleanza che tante volte in passato lo portò a palazzo Chigi. In sostanza, oggi il quadro interno con la spinta indipendentista da una parte, la Lega, e quella centralista dall’altra, la destra di Fratelli d’Italia, è evidentemente squilibrato a favore della prima, rispetto a quanto non fosse vent’anni fa, con Forza Italia a fare da baricentro.

Oggi, il partito del Cavaliere non può più contare su percentuali del 30% o anche superiori, ma è testa a testa con la formazione guidata da Salvini per la guida del centrodestra, mentre gli eredi di An capitanati da Giorgia Meloni, molto critica sul referendum, hanno ormai troppo poco peso per risultare decisivi all’interno della coalizione.

Dunque, pare che il sogno del Cavaliere di riportare indietro le lancette degli orologi e ritentare con la  nuova versione “2.0” del Polo delle Libertà possa infrangersi definitivamente, dopo questa vittoria simbolica del referendum veneto.

A fare da collante, comunque, c’è sempre il bacino degli elettori, in buona parte imprenditori e lavoratori vessati da una pressione fiscale insostenibile, da una burocrazia sempre più caotica e da un mercato che stenta a ripartire. Uno zoccolo duro che, soprattutto in quei territori, è da sempre schierato con il centrodestra, anche se oggi alcune condizioni sembrano cambiate rispetto a qualche anno fa.

Ormai la Lega Nord di Salvini è un partito che ha fatto dello slogan “No Euro” uno dei suoi manifesti. Tanti suoi elettori non hanno mai nascosto, alle manifestazioni così come alle assemblee pubbliche, di sperare in una Brexit in salsa italiana. Di contro, il partito di Berlusconi aderisce al Ppe e non può non dirsi europeista, esprimendo anche il presidente del Parlamento, Antonio Tajani.

Insomma, anche se alleanza sarà, si tratterà di una fusione a freddo, con il rischio di un’esplosione fin dalla scelta del candidato premier – Berlusconi è ancora out e Salvini ci spera – che però potrebbe portare la coalizione alla deriva populista tanto invisa a Bruxelles.

Di contro, anche nell’ipotesi di formazione di un governo “verde-azzurro”, i nodi da sciogliere saranno tantissimi, a cominciare proprio dal referendum di ieri: fino a che rimane una conta di voti elettronici, pochi sono gli effetti, ma quando si dovessero aprire le porte di palazzo Chigi, quanto conterà davvero quel 57%?


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