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Oltre la metà delle 500 più grandi imprese del mondo adottano modelli di business in tutto o in parte basati su piattaforme abilitate da Internet.
Per avere successo, sono dovute diventare snodi focali di reti di imprese, comunità e utenti. E chi c’è riuscito realizza performance sbalorditive.

Alcuni esempi:

Il gigante Apple, nel terzo quarter 2016, con una quota di mercato negli smartphone di poco superiore al 10% aveva il 91% dei profitti.


A San Francisco Uber produce già ora il triplo dei ricavi dell’intero settore dei taxi e delle limousine.

Senza possedere una sola camera Airbnb ha più camere in vendita del gruppo alberghiero Hilton e vale il doppio, avendo 800 dipendenti mentre Hilton ne ha 152.000.

Kickstarter, la piattaforma di crowdfunding, fornisce ai suoi maggiori utenti decine di milioni di dollari, cifre che un tempo richiedevano fondi di investimento specializzati e di difficile accesso.

Alibaba, il sito di e-commerce, vale 200 miliardi e non ha un singolo negozio, Walmart ne vale 190 ma deve gestire 11.000 punti vendita di proprietà.

E la lista potrebbe continuare.

Tutte queste aziende hanno successo perché sfruttano le opportunità offerte dalle tecnologie e dalle reti digitali per mettere in contatto domanda e offerta in modi nuovi, e vendono sempre di più un servizio anziché un prodotto. Anche le imprese tradizionali che basavano i loro ricavi sulla vendita di prodotti fisici stanno convertendosi in una piattaforma.

Come hanno fatto i produttori di macchine per ufficio che, sempre più spesso, invece di venderle le trasformano in una piattaforma per erogare servizi a sempre maggiore valore aggiunto, dalla banale stampa fino allo sviluppo di progetti complessi di gestione documentale, servizi di tutela della proprietà intellettuale, servizi di ottimizzazione del risparmio energetico, servizi di prototipazione.

E molti altri settori, dal biomedicale all’automotive, stanno adottando modelli di business analoghi.

Come titola un libro appena edito dalla Harvard University Press, siamo di fronte a un “Network Imperative”, una chiamata all’azione per imprenditori e manager affinché abbraccino modelli di business basati sullo sfruttamento delle reti digitali e sociali.

Per progredire come imprese e realizzarci come individui in questo nuovo mondo dovremo imparare a capire la tecnologia e a collaborare all’interno di team composti di persone e macchine sempre più intelligenti.

L’impresa dovrà imparare a fare leva sul suo capitale umano in modi nuovi, imparando a governare le persone, creando il contesto di lavoro adatto alla valorizzazione del talento, esercitando una leadership autorevole non semplicemente gerarchica. Ne saremo capaci?

Iniziative come Industria 4.0 sono un primo importante ma parziale tentativo di rispondere a questa domanda.

Il cambiamento va molto al di là del settore manifatturiero e la sua essenza non è tecnologica ma culturale.

Per vincere questa sfida e recuperare terreno perduto la strada è una sola: Education, education, education.

Fonte: Articolo “L’industria 4.0 non basta”, scritto da Francesco Venier sulla rivista “L’Impresa” di Marzo 2017


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