L’assegno di mantenimento, una volta quantificato in sede giudiziale, può subire mutamenti nel tempo, sia per  via della rivalutazione in base agli indici Istat, sia per il sopravvenire di nuove circostanze. Queste ultime, in particolare, possono influenzare la situazione patrimoniale dei coniugi al punto da giustificarne una revisione, sia al rialzo che al ribasso.

I coniugi, pertanto, possono richiedere al giudice una modifica sia alla luce della necessità di attribuire all’altro coniuge l’assegno, sia per modificarne l’importo, di modo da poterlo adattare alla mutata condizione economica.

 

Come ottenere una modifica dell’assegno di mantenimento

La revisione dell’assegno non avviene in automatico, ma per ottenerla è necessario un apposito provvedimento del giudice. In base a quanto prevede l’art. 710 c.p.c., infatti, i coniugi possono rivolgersi a tal fine al giudice il quale, una volta sentite entrambe le parti, provvede all’eventuale ammissione di mezzi istruttori e dispone con sentenza l’aumento o la diminuzione dell’ammontare dell’assegno. La giurisprudenza ha, peraltro, più volte ritenuto opportuno specificare come la diminuzione o l’aumento dell’importo da versare non comporta il diritto alla restituzione di quanto versato in precedenza.

 

Casistica delle situazioni che giustificano la modifica dell’assegno

La giurisprudenza nel corso degli anni ha enucleato una serie di fatti nuovi e sopravvenuti potenzialmente idonei a giustificare una revisione dell’assegno di mantenimento.

Tra di essi, a mero titolo esemplificativo, i più comuni sono costituiti dalla formazione di una nuova famiglia da parte del coniuge obbligato al pagamento dell’assegno di mantenimento in favore dell’altro; la nascita di un ulteriore figlio dalla successiva unione con un nuovo partner; oppure le aumentate esigenze della prole.

 

La necessità o meno di ottenere l’assegno secondo la recente sentenza n. 11504/2017

Con la citata e discussa pronuncia n. 11504/2017, la Suprema Corte  ha evidenziato come sia necessario superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come sistemazione definitiva”, essendo ormai la volontà di sposarsi da considerarsi piuttosto quale “atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile”.

In altre parole secondo la Cassazione se il coniuge che richiede l’assegno risulta economicamente indipendente o effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il diritto ad ottenere l’assegno.

La Suprema Corte ha, a tal proposito, indicato anche quattro parametri da valutare per stabilire se il richiedente risulti o meno autosufficiente. Essi vengono individuati nel possesso di un reddito, di patrimoni mobiliari e immobiliari, nella capacità di lavorare (valutata in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro indipendente o autonomo) e nella disponibilità di un’abitazione.


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