Sono settantadue anni di liberazione dal Nazifascismo. Mentre l’Italia – e non solo – si trova ad affrontare un periodo cruciale, è lecito chiedersi a chi appartenga davvero oggi il 25 aprile e, soprattutto, se il suo significato riesca ancora a incidere nella vita dei cittadini e delle istituzioni.

Intanto,  è necessario stabilire con chiarezza gli artefici di una ricorrenza che col passare dei decenni ha suscitato sempre più contrasti e divisioni, paternità non richieste e distinguo via via meno nitidi.

Se una Liberazione è avvenuta, lo si deve all’azione congiunta delle forze alleate e delle milizie partigiane, che hanno collaborato avendo in testa un solo obiettivo: estirpare il cancro nazifascista. Il processo era già in atto da un paio di anni, ma trovò compimento solo nell’aprile del 1945, con l’arresto di Mussolini e dei gerarchi in fuga e la conclusione di una sanguinaria guerra civile.

Insomma, oggi se festeggiamo è perché siamo stati liberati tutti, nessuno escluso, da un male che prima ha circuito i nostri nonni con l’illusione della gloria, poi li ha ricattati con il giogo della dittatura e, infine, li ha mandati a morire a migliaia ai fronti, in Russia, in Egitto, in Jugoslavia e in tanti altri avamposti del castello di carte del regime.

L’infamia delle leggi razziali e dei campi di concentramento fu la tragedia finale di un sistema prossimo all’implosione, che sfogava la sua rabbia violenta – che contraddistinse anche i suoi albori, sia in Italia che in Germania – e la definitiva disumanizzazione, sia del carnefice che della vittima.

A chi appartiene oggi il 25 aprile

Di fronte a tutto ciò, non possono esserci doppie morali o distinzioni di sorta: il 25 aprile appartiene a tutti gli uomini liberi, pronti a convivere entro lo stesso orizzonte democratico anche con pareri e vedute opposte alle proprie, pur nel reciproco rispetto.

Difficile dire che, oggi, questo significato appartenga alla politica, presa com’è tra le beghe interne e, dall’altra parte, la tentazione di risvegliare gli istinti più beceri per aumentare il proprio consenso. Così, sembrano tornare fantasmi ritenuti svaniti, come il populismo, la xenofobia e le divisioni anche sui principi fondamentali di convivenza.

Tanto meno, questa festa appartiene all’economia, sempre più lontana dalla vita delle persone e ormai confinata tra le stringhe dei monitor, con i denari che non sono più frutto del duro lavoro, ma che circolano come flussi virtuali e il valore del sacrificio, dell’impegno e della giusta ricompensa che improvvisamente si svuotano.

Cosa dire, poi dell’amministrazione pubblica? Presa com’è tra tentativi di rinnovamento abortiti, labirinti procedurali e sacche di resistenza, incapace di riformarsi davvero, quella che era nata per mediare tra cittadino e neonata Repubblica, troppo spesso viene vista come un ostacolo e oggi appare troppo ripiegata su se stessa.

Eppure, in tutto questo rimangono alcuni barlumi di speranza. Il 25 aprile è di Gabriele Del Grande, rientrato da poche ore dopo un’assurda prigionia, che non teme di lasciare affetti e famiglia per recarsi nelle zone calde del mondo, come la Turchia pur di svolgere la propria missione anche di fronte a costi elevatissimi.

Il 25 aprile è dei ragazzi che hanno sovvertito allegramente il significato di un simbolo della paura del diverso, come Pontida, invitando i residenti ad assaggiare le specialità culinarie del meridione e la musica di alcuni artisti.

Il 25 aprile è dei disoccupati che malgrado le immense difficoltà, resistono al richiamo della fuga all’estero, anche perché, quando c’era da combattere i tedeschi, i loro nonni e bisnonni sono rimasti al loro posto.

Il 25 aprile, soprattutto, è dei commercianti, degli artigiani e dei liberi professionisti i quali nonostante il marcio che straborda da televisioni, giornali e telefonini, ogni giorno svolgono con dedizione il proprio dovere, seppure lo Stato negli ultimi anni si sia dimostrato tutt’altro che amico con una pressione fiscale indecente.

Il 25 aprile è dei pensionati, ultima risorsa di un welfare ormai spremuto, che rischia di tradire gli ideali di universalità alimentando, spesso, sistemi ipercostosi che oggi e domani ricadranno sulle spalle dei cittadini onesti.

Il 25 aprile è dei ricercatori, la cui opera sta diventando sempre più complessa, di fronte alla diffidenza crescente e alla penuria di risorse per un ruolo su cui, invece, dovrebbero gettarsi le fondamenta della società di domani.

Il 25 aprile è dei tanti stagisti, precari e neoassunti che, appena laureati, hanno capito che il difficile viene adesso, perché farsi largo in questo mondo è davvero complicato.

Il 25 aprile è della maggioranza silenziosa che rende onore tutti i giorni a chi ha combattuto per la nostra libertà. Quella di chi non si arrende mai, rispettando le leggi e convivendo democraticamente con le idee altrui.


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