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L’Italia è ancora bloccata nello scenario tripolare. A quattro anni esatti dalle ultime elezioni politiche, il quadro politico vede ancora una suddivisione di voti quasi matematica, con i vari schieramenti che si fermano poco sotto la soglia del 33%.

Pd e possibili alleati, MoVimento 5 Stelle e fronte berlusconiano sono tutti vicinissimi a un terzo totale dei voti, disegnando un panorama di assoluta incertezza, per certi versi inaudito nel nostro Paese. Neanche negli anni della prima Repubblica, durante l’era del CAF e del pentapartito, era maturato un simile equilibrio tra tre poli contrapposti e impossibili da amalgamare.

Si tratta di una ingessatura che appare in netta controtendenza con quanto accaduto in questo periodo in cui si sono succeduti tre governi e numerosi sono gli scandali che hanno colpito un po’ tutte le forze politiche, ovviamente non tutti della stessa gravità ma percepiti senza troppe distinzioni dall’opinione pubblica, che lascia le preferenze degli italiani sostanzialmente immutate.

Insomma, dalla “non vittoria” di Pierluigi Bersani ne è passata di acqua sotto i ponti, eppure sembra che avvicendamenti a segreterie, sostituzioni a palazzo Chigi e cambi di colore di amministrazioni importanti non abbiano influito sugli orientamenti generali. O, meglio, hanno influito nel senso che, oggi, è il partito di Beppe Grillo a guidare di un’incollatura sugli sfidanti: malgrado i guai di Roma e altre beghe di cui molto hanno parlato i giornali, infatti, il supporto alla forza creata dal comico genovese continua a rafforzarsi.

E questa, di per sé, è una notizia importante: se gli Italiani andassero oggi al voto, probabilmente avremmo il primo governo 5 Stelle della storia repubblicana, con Luigi Di Maio presidente del Consiglio. Questo, almeno, certifica il sondaggio Ipsos dei giorni scorsi, in cui M5S raggiunge il massimo storico nelle intenzioni di voto, arrivando al 32,3%.

Verso il nuovo Ulivo?

Di contro, il Partito democratico avverte le crepe di una scissione meno indolore del previsto, quella che ha visto migrare Bersani, D’Alema e i più ostici alla linea di Matteo Renzi, nel neonato Mdp, che sulle rilevazioni di simpatia rimane stabile sopra la linea di sopravvivenza del 3%, vera asticella al di sotto della quale si  resterà fuori da Montecitorio nella prossima tornata (sempre che non venga cambiata la legge elettorale, ovviamente).

Il Pd, allora, scende al 26,8%, quote mai toccate nel periodo di guida di Matteo Renzi, assai esaustive dello stato di salute di una forza politica ancora centrale nello scacchiere, ma prossima a un congresso che potrebbe lasciare altri feriti per strada. Su queste basi, allora, torna di moda per il Partito democratico il tema delle alleanze, che potrebbero riavvicinare una ipotetica coalizione di centrosinistra, ancora tutta da costruire, a tallonare Grillo e i suoi. Con i mini serbatoi di Mdp, Sel (2,7%) e anche di Ncd, che ha appena cambiato pelle in Alternativa popolare (2,8%) togliendo guarda caso la parola “destra” dal nome, la matematica riporterebbe in vantaggio il fronte renziano, ma le condizioni politiche di convivenza tra queste forze così diverse rimangono ancora tutte da definire.

Un po’ come, dal lato opposto, un centrodestra sempre meno “centro” vede Forza Italia e Lega Nord condividere equamente poco meno del 26% dei voti, mentre Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e soci si ferma al 4,6%. Insomma, anche per la banda Salvini diventa fondamentale recuperare qualche consenso e, insieme, richiamare nei ranghi un po’ di alleati al fine di rimanere in corsa verso l’agognato 33%. Più facile che, in questo caso, si ricorra alle formazioni più estremiste, come avvenuto in passato, anziché recuperare tra i centristi, i quali non hanno nessuna intenzione di scendere a patti con il Carroccio e la sua linea anti euro e contraria alle politiche di accoglienza dei migranti. Insomma, delle tre fazioni, quella di Silvio Berlusconi sembra la più sofferente in termini di intenzioni di voto, ma non è ancora tagliata fuori dalla corsa alle urne.

Le elezioni, è bene ricordarlo, verranno svolte solo nel 2018: un anno di tempo tra cambi al vertice, riposizionamenti e possibili nuove scissioni, è un lasso di tempo sufficiente affinché quanto è rimasto immutato dal 2013 a oggi, cambi improvvisamente pelle, aprendo la nuova era della politica italiana.

 


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