Mark Rutte

Tutto come da previsioni. Rutte la spunta, prendendosi 33 dei 150 seggi disponibili, l’ultra-destra di Wilders, sconfitta ma in crescita, ne porta a casa 20 e i verdi sfondano, diventando i veri vincitori di questa tornata elettorale.

La nuova composizione del parlamento olandese

I trend dimostrano, inequivocabilmente e a prescindere dal risultato finale, che i grandi partiti perdono consensi. I dati: 8 seggi in meno per il VVD (il partito di Rutte); ben 29 quelli persi dal PvdA, il partito laburista che raccoglieva la maggior parte degli elettori di centrosinistra. Consensi dispersi fra quelli che erano i piccoli partiti dell’ala progressista del parlamento, che oggi guardano dall’alto in basso la “vecchia” politica: fanno il botto i verdi del GroenLinks, che guadagnano 10 poltrone, ma anche D66 e CDA (alleati di Rutte, europeisti e progressisti) che guadagnano rispettivamente 7 e 6 rappresentanti in parlamento. Saranno queste le fazioni con cui il VVD dovrà fare i conti per formare una coalizione di governo.

Chi ha incastrato Geert Wilders?

Queste erano state presentate come le elezioni di Geert Wilders, il “piccolo Trump” pronto a insidiare la vecchia Europa con il suo populismo xenofobo e nazionalista, ora ci ritroviamo meno di 24 ore dopo a commentare una delusione. Forse ci sta sfuggendo qualcosa?

Il partito di Wilders è sì cresciuto, ma decisamente meno rispetto alle aspettative. È la seconda formazione politica per rappresentanza in parlamento, ma difficilmente potrà fare la voce grossa dal momento che nessuno sembra disposto ad allearsi e allinearsi alle sue posizioni, decisamente estreme. Poco sarebbe cambiato anche in caso di vittoria: il governo in autonomia è un’utopia in Olanda (a causa della legge elettorale, molto vicina a un proporzionale puro) e Wilders non è nemmeno vicino ad avere l’appoggio necessario.

Certo, se la grande folla degli indecisi dell’ultimo momento avesse deciso di concentrare il proprio voto nel segno della protesta, dell’isolamento, dell’anti-europeismo, l’UE avrebbe ricevuto un forte scossone con prevedibili conseguenze sui mercati. Il messaggio invece è arrivato forte e chiaro: no ai muri, no alla paura del diverso ma no, anche e forse soprattutto, a un certo modo di fare politica. Il crollo del “vecchio” centrosinistra è un segnale importante di cui si dovrà discutere durante il sessantenario dell’Unione, previsto per il 25 marzo.

Il prossimo futuro? Francia e Germania e ancora tanta incertezza

La partita, a livello continentale, è ancora apertissima. Wilders ha definito queste elezioni “quarti di finale”. Arriveranno ore semifinali e finali, con Francia e Germania chiamate alle urne e nuove insidie: Marine Le Pen dovrebbe portare le presidenziali francesi al ballottaggio e in Germania, “L’alternativa per la Germania” il partito euroscettico, potrebbe crescere notevolmente.

L’Italia sta alla finestra. La coalizione di governo olandese includerà una serie di forze e rappresenterà una serie di istanze che forse non trovano rappresentanza nel panorama politico italiano. I Verdi, Sinistra Italiana e le varie “sinistre alternative” boccheggiano, il PD perde consensi, Forza Italia vivacchia e i 5stelle potrebbero finire per raccogliere il malessere generale, incarnato dal GroenLinks e dalle altre alternative olandesi. Senza dimenticare, ovviamente, la Lega di Salvini.

Alla fine della lunga nottata di spoglio dei voti Rutte ha ringraziato gli elettori: “Questa notte gli olandesi hanno fermato il tipo sbagliato di populismo” (“This was an evening when … the Netherlands said ‘Stop’ to the wrong sort of populism”). Se gli orange ci hanno insegnato qualcosa è che per contrastare il “populismo sbagliato” c’è bisogno di un’alternativa all’alternativa. Oltre la politica tradizionale, oltre le risposte facili e oltre le reazioni viscerali.


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