hillary clinton vs donald trump

Siamo dunque arrivati all’atto finale: questa notte sapremo se il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America sarà Donald Trump o Hillary Clinton.

Comunque vada, verrebbe da dire, sarà una novità. Ma, in prospettiva, probabilmente sarà anche un insuccesso. Da una parte, abbiamo un miliardario donnaiolo, che ha sempre cercato di piegare le regole a proprio favore, senza nascondere i propri impulsi di intolleranza, quando non di vera e propria xenofobia. Dall’altra, si trova la prima donna della storia a ottenere la nomination, eppure già pluricandidata, che nella lunga carriera da first lady, senatrice e segretario di Stato ha appoggiato di tutto e il suo contrario, dagli interventi militari unitamente a ideali pacifisti, dagli accordi economici che hanno aumentato le disuguaglianze anziché diminuirle, fino ad adottare posizioni cangianti in materia ambientale. Guardando, invece, ai lati positivi dei due candidati, potremmo dire che in un caso, con Trump abbiamo sì un esordiente assoluto, ma più vicino di chiunque altro alla pancia dell’America profonda messa in ginocchio dalla crisi, mentre la Clinton è indubbiamente una delle persone con il miglior curriculum mai arrivate in lizza per la Casa Bianca.

Eccole, dunque, le due Americhe diverse e inconciliabili che, in base al risultato di stanotte, potremmo trovarci di fronte a partire da domani. Quella della chiusura ai migranti versus quella dell’accoglienza, quella quella vicina alle proteste dei lavoratori versus quella amica dei banchieri e di Wall Street, quella della distensione con la Russia di Putin versus quella che sta già gettando le basi per una nuova guerra fredda, quella dichiaratamente islamofobica versus quella che mantiene un atteggiamento ambiguo con i regimi di Arabia Saudita e Iran. Mai come questa volta i cittadini americani sono chiamati a una decisione che avrà ripercussioni certe e rilevanti sul prossimo futuro: non soltanto il proprio, ma del mondo intero.

I sondaggi finali


L’esito della contesa non potrà essere analizzato se non tenendo conto del risultato delle elezioni che, parallelamente, saranno svolte per rinnovare il Congresso: saranno infatti rinnovati tutti e 435 i seggi della Camera, oltre a 34 su 100 del Senato. Al momento, entrambe le aule sono a maggioranza repubblicana, ma non è escluso che possa verificarsi un ribaltone, specie al Senato.

Sulla corsa a presidente, le case di rilevazione presentano dati altalenanti, ma un punto fermo c’è: nessuna assegna con assoluta certezza la vittoria a Donald Trump. Statisticamente, le probabilità di successo del magnate newyorchese sono dunque legate al margine di errore che può sempre verificarsi negli scenari pre elettorali. Il problema, per il repubblicano, è che ciò dovrebbe accadere anzitutto su scala nazionale e, in maniera ancor più difficile, in ciascuno dei singoli Stati in bilico, decisivi per l’elezione.

Insomma, il vento spira a favore di Hillary Clinton, anche in seguito allo stop dell’FBI sulle indagini relative all’emailgate, la cui possibile riapertura aveva ringalluzzito lo staff repubblicano.

Veniamo, dunque, ai poll diffusi nelle ultime ore. Secondo il Los Angeles Times, la candidata dem sarebbe in grado di raccogliere fino a 352 grandi elettori (eletti in base alla popolazione dei singoli Stati) ben oltre la soglia minima dei 270 per arrivare alla Casa Bianca. North Carolina, Ohio e Arizona sembrano pendere verso Clinton, mentre Iowa e Utah sarebbero più vicini a Trump.

Più cauto, invece, il tracking poll di Survey Monkey, che assegna a Hillary Clinton 262 voti sicuri contro i 179 di Trump, e un pacchetto decisivo di 97 grandi elettori ancora in bilico. In particolare, secondo questa rilevazione Arizona, Florida, Georgia, Nevada e Wisconsin sarebbero “too close to call”, cioè con un margine di incertezza tale per cui è impossibile prevedere una vittoria netta di uno dei due candidati. In linea generale, la prevalenza in questi Stati è per la candidata democratica, ma si tratta di uno o due punti percentuali – quando non di assoluta parità – ragion per cui sarà necessario attendere lo spoglio per decretare il vincitore.

Non è cambiato, invece, il rapporto di forza secondo il sito oracolo FiveThirtyEight, che in passato ha abitualmente indovinato le previsioni sul nome del Presidente eletto. Clinton mantiene una probabilità di vittoria stimata nel 66,9% contro il 33% di Trump. Uno scarto ampio, certo, ma che non taglia fuori del tutto il tycoon.

Anche il sito di informazione Politico, in collaborazione con Morning Consult, ha diramato le sue proiezioni finali, assestando Clinton a un +3% su scala nazionale, sostanzialmente inalterato rispetto alla settimana precedente, segno che il reflusso dello scandalo email potrebbe non aver pesato granché. Lo studio è altresì interessante per delineare i bacini di voti dei due candidati: da una parte, Trump guida con un +10% sugli elettori bianchi, mentre Clinton domina su afroamericani (+69%) e ispanici (+34%). Il repubblicano guida di 19 punti percentuali tra gli elettori senza laurea, mentre la dem vanta un +7% tra chi ha finito il college.

Comunque la si guardi insomma, sia prendendo in esame gli orizzonti post elettorali, sia analizzando le basi di consenso costruite in questi mesi di durissima campagna, il baratro che divide le due Americhe è più profondo che mai. E purtroppo nessuno dei due contendenti, attualmente, sembra in grado di ricucire quello strappo nei prossimi quattro anni di mandato.

 

 

 


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