comunicazione

Chi non ha mai provato l’impulso di mandare a quel paese l’informatico che snocciola il suo tecnologico sapere mentre noi, persi in un universo parallelo, capiamo meno di niente?

Chi non ha provato il medesimo impulso verso quei medici o quegli avvocati che ci rovesciano addosso il loro criptico linguaggio mentre il nostro problema rimane desolatamente irrisolto?

Non tutti gli specialisti sono così, alcuni sono anche ridicoli come quelli che hanno deciso che il biglietto del treno non si timbra bensì si “oblitera”, che la multa si “eleva,” che il mutuo si “contrae”, che i documenti “si estraggono” e che la sanzione pecuniaria si “irroga”.

Perché è da preferire il linguaggio della cittadinanza?


Questo linguaggio “burocratese” è l’esatto contrario del linguaggio della cittadinanza. Un linguaggio che, con la scusa della competenza tecnica e della precisione scientifica, genera distanza e diseguaglianza tra le persone.

La cosa divertente è che ribalta i suoi perversi effetti su tutti, nessuno escluso. L’informatico prima o poi si recherà da un medico e questi magari avrà bisogno di consultare un avvocato che ovviamente un giorno avrà bisogno di un informatico al quale prima o poi capiterà di aver bisogno di un meccanico. E così il gioco continua all’infinito.

Il disagio è ancora più forte quando siamo di fronte ad un testo di legge la cui comprensione è il presupposto per far valere un diritto. Un esempio? La legge di stabilità per il 2016 è composta da un solo articolo e da 999 commi (si, avete letto bene, novecentonovantanove). Provate a leggerla, se ne avete il coraggio!

Un esempio? La nostra Costituzione

Al di là delle intenzioni del legislatore e dei contenuti è praticamente illeggibile, anche per gli addetti ai lavori. Rileggiamo invece la nostra Costituzione del 1947. “Contenuti complessi e un linguaggio di larga accessibilità” come ha sottolineato il linguista Tullio De Mauro, “il 93% del testo della Costituzione è fatto con il vocabolario di base della lingua italiana, col vocabolario di massima frequenza, col vocabolario che già nelle scuole elementari può essere ben noto…”.

Un testo scritto con un linguaggio semplice, diretto, con testi brevi che ne evidenziano il senso, finalizzati sia alla comprensione che all’agevole lettura grazie al rispetto che hanno della dignità dei cittadini destinatari. Nel 1978, in sede europea, anche Franz Josef Strauss, noto politico tedesco, già ministro e Presidente della Baviera, con ironia disse: “I dieci comandamenti contengono 279 parole, la Dichiarazione Americana di Indipendenza 300 e le disposizioni della Comunità Europea sulla importazione di caramelle esattamente 25.911”.

Complicare è facile, semplificare è difficile. Tutti sono capaci di complicare. Pochi di semplificare. Per complicare basta aggiungere tutto ciò che si vuole. Per semplificare invece bisogna togliere e per farlo bisogna sapere cosa togliere. Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità. Un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte”.

Sono parole di Bruno Munari, uno dei massimi protagonisti dell’arte e del design del XX secolo, che rivelano che la semplicità è un processo che si attiva già dal primo momento, dal pensiero iniziale.

La comunicazione, la scrittura, può quindi essere semplice e accessibile sin dall’origine, senza far sorgere la necessità di doverla poi semplificare. La semplificazione si colloca a valle del processo comunicativo mentre la semplicità è a monte e coinvolge ogni ambito economico e sociale, ogni professione. Si parla molto della necessità di una comunicazione efficace, parola talmente usata, e abusata, da aver quasi perso di significato.

Oggi tutto è comunicazione e l’attenzione è posta sempre più sul contenuto, il suo fine è raggiungere con precisione un determinato obiettivo. Ci si dimentica che la comunicazione è soprattutto relazione tra persone che si parlano, si ascoltano, dialogano, si contraddicono, cercano un accordo, a volte lo trovano a volte no.

La comunicazione è attenzione, è prendersi cura della relazione con l’altro e la medesima attenzione la pretendiamo per noi. La responsabilità è reciproca. Se la comunicazione efficace è una gara con sé stessi che vinciamo se siamo abili nell’usare gli strumenti della convinzione, la comunicazione responsabile è un gioco di squadra dove si vince insieme quando stabiliamo una relazione di rispetto sapendo che è strutturalmente destinata a influenzare il contesto, a cambiarlo, influenzandoci a vicenda poiché “ogni azione ha degli effetti su di noi e sugli altri. Le mie azioni hanno effetto sugli altri. La loro reazione alla mia azione ha un effetto su di me e così di seguito lungo una catena infinita.”

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