responsabilità commercialista

Il commercialista può essere ritenuto responsabile in sede civile se non suggerisce al contribuente di ricorrere alla Cassazione per impugnare una sentenza sfavorevole della Commissione Tributaria. È quanto ha confermato la Terza Sezione Civile della Corte di cassazione con la sentenza n. 13007/2016, che ha accolto il ricorso di un contribuente precedentemente condannato in appello al pagamento di una sanzione tributaria all’Agenzia delle entrate.

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I fatti: l’avviso di accertamento e la mancata impugnazione in Cassazione

Il contribuente aveva ricevuto un avviso di accertamento relativo all’IRPEF dell’anno d’imposta 1991, e si era quindi rivolto alla Commissione Tributaria Regionale per l’annullamento della sanzione. Il giudice tributario non aveva accolto la richiesta, e la Corte d’appello aveva confermato la pretesa impositiva. Il contribuente si era allora rivolto a un commercialista per chiedere indicazioni e chiarimenti in merito alla vicenda, ma questi non ha ricontattato il proprio cliente nonostante le sue numerosi sollecitazioni. I termini per il ricorso in Cassazione sono così scaduti, e il cliente è stato costretto a corrispondere all’Amministrazione finanziaria l’intera somma con gli interessi.


Il contribuente ha pertanto deciso di citare in giudizio il commercialista, che considerava responsabile della mancata impugnazione della sentenza. Sia il Tribunale ordinario che la Corte d’appello, tuttavia, si erano espressi a favore del commercialista, escludendo la sua responsabilità professionale “in quanto non abilitato alla difesa tecnica dinanzi alle giurisdizioni superiori”. Il contribuente ha allora deciso di impugnare la sentenza in Cassazione, sostenendo che l’incarico richiesto al professionista consisteva in una “consulenza tecnico-giuridica” volta innanzitutto a conoscere tempestivamente i rimedi previsti dall’ordinamento giuridico per il caso in questione.

La sentenza della Cassazione

Con la sentenza n. 13007/2016, la Cassazione ha accolto il ricorso e rinviato la causa alla Corte d’appello. Nella sentenza si legge infatti che il dovere di diligenza impone al professionista “l’obbligo non solo di dare tutte le informazioni che siano di utilità per il cliente e che rientrino nell’ambito della competenza del professionista”, ma anche “di individuare le questioni che esulino da detto ambito” e dunque di “informare il cliente dei limiti della propria competenza” e suggerire il ricorso ad altri mezzi ed eventualmente altri professionisti. Non è stata considerata ammissibile, dunque, l’esclusione di responsabilità sulla base della non abilitazione alla difesa tecnica.

La sentenza della Cassazione rappresenta un precedente importante per l’attività di consulenza dei commercialisti e dei professionisti in genere, che dovranno tener conto di un numero maggiore di possibili risoluzioni e scenari futuri nel loro rapporto quotidiano con i clienti.


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