bonus merito docenti

di Giancarlo Cerini

In queste settimane tutte le scuole statali sono impegnate a gestire la difficile operazione del ‘merito’, o meglio, l’erogazione dell’apposito fondo di 200 milioni di euro istituito dalla legge 107/2015 (la c.d. “Buona Scuola”) per valorizzare e incentivare i docenti meritevoli.

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La legge individua alcuni parametri di massima (articolati in 3 aree – la qualità della didattica, la partecipazione al miglioramento, la formazione in servizio e il coordinamento) e affida poi la procedura di assegnazione degli incentivi economici a una ‘valutazione motivata’ del dirigente scolastico, sulla base dei criteri definiti dal Comitato di valutazione dell’istituto. Si tratta di un approccio sperimentale, che vale per i prossimi tre anni, al termine dei quali il Miur tirerà le somme del lavoro delle scuole e adotterà un protocollo di carattere nazionale, sentite le parti sociali.

Sono numerose le questioni tecniche che i Comitati si sono trovati di fronte e non sempre le Faq del Miur hanno chiarito i molteplici dubbi. Qual è la platea auspicabile dei beneficiari? Quali le ‘evidenze’ oggettive che dovrebbero accompagnare la valutazione del dirigente? Quale il ruolo dei genitori e degli studenti? Quali i meccanismi docimologici per riconoscere il merito? Si confrontano ipotesi diverse: premiare i singoli docenti oppure dare la precedenza a imprese collaborative?

Riconoscere la qualità del lavoro svolto (a consuntivo) oppure definire e negoziare (in anticipo) i comportamenti professionali ‘virtuosi’ che si vogliono stimolare, premiando di conseguenza chi li mette in pratica? Condividere le scelte con il collegio dei docenti oppure riservare la procedura in autonomia al dirigente scolastico (Si consiglia lo SPECIALE SU CONCORSO DIRIGENTI SCOLASTICI 2016)? E ancora, quale ruolo attribuire alla negoziazione di istituto con le rappresentanze sindacali, anche se la norma sembra escluderlo? Come differenziare le finalità del ‘fondo per il merito’ da quelle del ‘fondo di istituto’? Alias: quale rapporto intercorre tra aspetti quantitativi (il tempo dedicato a un impegno) e aspetti qualitativi (il valore dell’attività svolta).

Dubbi a cui nemmeno il Miur ha saputo offrire una sponda sicura con la nota 1804 del 19-4-2016, da tutti auspicata e richiesta, ma poi passata quasi sotto silenzio. Il Miur ha avviato una prima forma di monitoraggio per rilevare le scelte che i comitati di valutazione e i dirigenti scolastici stanno adottando in materia. Anche l’Indire ha allestito alcuni spazi on line utili ad alimentare il dibattito e l’approfondimento e la successiva documentazione delle buone pratiche.

Nel frattempo prosegue nel Paese la raccolta di firme per sottoporre a referendum abrogativo alcune parti della legge 107/2015, a partire proprio dal meccanismo di assegnazione del bonus per il merito. Dunque, la questione è assai ‘calda’ e del tutto aperta, e rivela un diffuso disagio tra gli operatori scolastici: molti temono l’emergere di una competizione tra docenti, capace di mettere a rischio la ‘tenuta’ della comunità scolastica. Le migliori scuole, dice la ricerca internazionale, sono quelle che promuovono il lavoro collaborativo e le imprese d’équipe. Ma è lo stesso concetto di ‘merito’ a finire sul banco degli imputati; e dire però che sono gli stessi insegnanti a ispirare i loro criteri valutativi nei confronti degli allievi a principi di equità e meritocrazia.

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Come stanno le cose? Il paradigma del merito è accettato nel nostro Paese? Si ritiene che una società sia più giusta se “vanno avanti i migliori” e non solo coloro che hanno alle spalle un retroterra sociale e culturale adeguato? Quali sono le controindicazioni di una competizione per il merito? E cosa sta accadendo nelle scuole, in relazione all’erogazione del bonus?

A queste domande offre risposte molto articolate il numero monografico di Rivista dell’istruzione” (n. 2, marzo-aprile 2016, edizioni Maggioli) quasi interamente dedicato al tema del merito, nei suoi risvolti teorici e operativi, con numerosi interventi a opera di esperti (Oliva, Barone, Gavosto) e di rappresentanti delle scuole (Pedrelli, Spinosi, Ferraro).


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3 COMMENTI

  1. Mia moglie, diploma di Scuola Magistrale, ma insegnnte nella Scuola dell’Infanzia, trattandosi all’epoca del primo concorso utile dopo anni di supplenze, il riscontro se ha svolto un percorso didattico positivo lo ha al momento del colloquio con le insegnanti della Scuola Primaria. Ogni anno ha ricevuto complimenti e riconoscimenti, in quanto notavano (e notano tutt’ora) la differenza tra le altre colleghe ed il suo operrato triennale. Questa è la conferma del buon lavoro. Nulla più.

  2. Sono daccordo con quanto esposto. reputo che il merito di un insegnante non si possa semplificare con tabelle. L’insegnante è colui che porta avanti il lavoro didattico con cura e dedizione; è colui che cura i rapporti con i propri alunni senza pensare ad inutili orpelli. L’intera carriera di un docente non può essere dimenticata solo perchè nell’ultimo anno non ha avuto, per scelta, incarichi che si rifanno a tabelle sterili. E’ sempre portata avanti la politica della “ROTTAMAZIONE”. Io, insegnante con 34 anni di servizio, non sono da rottamare, anzi.

  3. Sono un’insegnante di ruolo,insegno da 30 anni, da tantissimi anni in un liceo scientifico . Mi sembra che questo “meritocrazia” che dovrebbe arrivare tramite “bonus” ad alcuni docenti con la legge 107 della “buona scuola”, abbia poco a che fare con la qualità dell’insegnamento (che difficilmente si può documentare, i cui unici testimoni sono gli alunni) e sia , come è stato anche in passato, incentrata su incarichi aggiuntivi che giustamente devono essere retribuiti a parte, bisogna anche considerare che !) chi prende incarichi aggiuntivi non necessariamente insegna meglio di chi non ne prende, 2) alcuni insegnanti (ma solo alcuni) che accettano tali incarichi al fine di guadagnare di più, trascurano i lorocompitii ordinari per l’eccessivo carico di lavoro.

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