trading online

A partire dalla metà di maggio del 2009 dopo la crisi dei mutui subprime ed il crollo di Lehman Brothers, il mercato del trading online a partire dagli Stati Uniti per poi arrivare in Europa e dunque anche in Italia, ha subito una maggiore regolamentazione sia sul lato operativo che sul lato fiscale.

Nel nostro Paese, fino a venerdì 17 settembre 2010 il Forex ed i CFD non erano considerati uno strumento finanziario. Sino a poco tempo fa in Italia l’intermediario in cambi era una S.p.A. in possesso di un’autorizzazione ex art. 106 del Testo Unico Bancario e vigilata dalla Banca d’Italia. Nei mesi estivi del 2010 la normativa è stata oggetto di cambiamento, con la pubblicazione del decreto n. 141 del 4 settembre 2010, in attuazione della direttiva europea 2008/48/CE.

A fronte di questo cambiamento il Forex e CFD sono diventati uno strumento finanziario come le azioni, le obbligazioni, i bond e tutti gli altri che conosciamo.


Dalla Banca d’Italia la vigilanza su questi strumenti è stata affidata alla Consob.

Con questo cambiamento dal punto di vista fiscale finalmente si è fatta chiarezza sulla tassazione del forex, che dunque in Italia viene fatto rientrare come tutti gli strumenti finanziari nel cosiddetto Capital Gain.

Le aliquote sui guadagni in conto capitale, dunque sui guadagni derivanti dal trading on line, dal 2010 sono partite dal 12,5 per arrivare a luglio del 2015 al 26%.

Tutto sommato una tassazione inferiore rispetto a molti altri Paesi europei in questo settore, alcuni paesi addirittura includono i guadagni del trading come montante da sommare alla relativa Irpef, dunque con un rischio di tassazione ancora superiore al nostro attuale 26%.

Oltre al capital gain, che sottolineo è una tassa che si paga solo sugli utili, sulle spalle dei trader pende l’incubo della Tobin Tax. Una tassa che se introdotta su tutti gli strumenti a leva, quali forex e cfd, distruggerebbe il mercato del trading on line. La Tobin Tax colpirebbe ogni transazione finanziaria con un peso proporzionale alla quantità negoziata. Capite bene che se si lavora in leva si rischia di pagare una tassa che può essere maggiore del margine che sto impegnando per tenere aperta una posizione sul mio cfd…

In Italia al momento è stata introdotta questa tassa alquanto distorsiva solo sulle maggiori azioni italiane e sull’indice Ftse Mib.

Dalla sua introduzione, gioco forza sono crollati i volumi su questi strumenti ed i trader si sono rivolti ad altri mercati, in primis più liquidi e sicuramente più convenienti.

Esistono diversi broker regolamentati (clicca qui per visitare AvaTrade, uno dei primi broker ad operare in Italia) che consentono la negoziazione di strumenti finanziari tramite i Cfd, e dunque con la possibilità di investire su Forex, Materie Prime, Azioni, Indici, Bond ed Etf.

Cosa sono i CFD?

tassazione sul trading online

Da un punto di vista fiscale il broker online non è sostituto d’imposta dunque l’investitore/trader che negozia con esso dovrà optare per il regime della dichiarazione, supportato dal broker nell’avere i report dettagliati da cui si evince in maniera chiara e dettagliata il Profit&Loss dell’anno fiscale di riferimento.

Da un punto di vista del trader puro che ovviamente sta sempre attento ai propri margini ed alle disponibilità del proprio conto, questo è un vantaggio in quanto l’eventuale utile non viene tolto ogni sera o alla chiusura delle operazioni dalla piattaforma da parte del soggetto che funge da sostituto d’imposta.

 

 

 

 

 


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