referendum costituzionale

L’8 maggio 2016 il procuratore di Torino Armando Spataro rivendica, con un articolo pubblicato su Repubblica, il diritto-dovere dei magistrati di schierarsi sul referendum costituzionale.

Spataro, che ha aderito ai comitati per il no alla riforma costituzionale, come già fece nel 2006, spiega che questo diritto-dovere di schierarsi su un referendum di natura costituzionale non lede il principio di terziarietà del giudice, rivelando così la sua politicizzazione, perché è una testimonianza di adesione a favore di valori e principi e non contro qualcuno.

Piuttosto Spataro si domanda come mai il Presidente del Consiglio abbia dovuto trasformare il referendum costituzionale in un plebiscito sulla sua persona, minacciando di dimettersi in caso di vittoria del no.


Secondo Spataro la risposta risiede nel fatto che in questo modo si evita di entrare nel merito della riforma costituzionale, invocando nella propria immagine o nella propria capacità manageriale, con slogan del tipo: “meno spese e tempi rapidi per le leggi!”.

Spataro ricorda inoltre “che la nostra Costituzione fu approvata dopo diciotto mesi di lavoro da 556 parlamentari e giuristi di ogni estrazione, mentre questa riforma, anche attraverso mozioni di fiducia e tagli di emendamenti, ricorda piuttosto, almeno quanto al metodo, quella bocciata nel 2006, scritta da quattro “saggi” durante alcuni giorni estivi trascorsi a Lorenzago di Cadore.”

Spataro afferma anche che “non esiste un “Governo costituente”, specie se nato da una maggioranza partorita da una legge dichiarata incostituzionale, anche perché – come ha scritto L. Ferrajoli – “se c’è una questione che non ha niente a che fare con le funzioni di Governo è precisamente la Costituzione””.

E’ necessario quindi che le ragioni del no siano spiegate in tutte le sedi possibili, coinvolgendo non solo i mass media tradizionali, ma anche le più moderne tecnologie d’informazione.

Spataro osserva che ben 56 costituzionalisti, tra cui 11 ex presidenti della Consulta, si sono schierati pubblicamente per il no, rilevando “il futuro pericolo di squilibrio tra le componenti del Parlamento, quello di indebolimento delle autonomie regionali, nonché il rischio di influenza del Presidente del Consiglio nelle nomine degli organi di garanzia (dal Capo dello Stato ad una parte dei membri della Consulta e del CSM).”

Sulla diritto-dovere dei magistrati di esprimersi sul referendum interviene anche il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, ricordando che ormai il referendum è stato caricato di un significato politico, e che occorre cautela: siccome i partiti si sono schierati per il sì o per il no, si corre il rischio che un magistrato o una corrente della magistratura si trovino schierati al fianco dei partiti. Per Legnini, se i consiglieri dichiarano di aderire ad un comitato per il sì o per il no verrebbe meno la credibilità del Csm.

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016: IL DIBATTITO TRA I MAGISTRATI

Il dibattito tra i magistrati prosegue sempre su Repubblica. Il giorno 9 maggio 2016 quattro componenti del Csm, due togati e due laici, discutono sull’opportunità di schierarsi al referendum di ottobre.

Secondo Valerio Fracassi, componente di Area al Csm, i magistrati devono essere liberi di esprimersi, perché il referendum attiene all’assetto costituzionale dello Stato, anche iscrivendosi a comitati o partecipando a manifestazioni.

Per Aldo Morgigni, componente togato del Csm, i magistrati possono esprimere pubblicamente le loro opinioni, mentre deve essere valutata l’opportunità di partecipare a campagne sistematiche con impegno continuativo.

Per Pier Antonio Zanettin di Forza Italia, membro laico del Csm, un magistrato non dovrebbe esporsi mai, anche se sottolinea che il problema si ponga solo ora che a proporre le riforme costituzionali è il Pd e non il centrodestra.

Per Paola Balducci, membro laico del Csm, anche i magistrati hanno il diritto di manifestare il loro pensiero, ma bisogna riflettere sull’opportunità di partecipare attivamente ad un comitato per il no o per il sì al referendum, soprattutto se si è membri del Csm, perché il referendum ha ha una forte valenza politica.

A buttare altra benzina sul fuoco ci pensa Roberto Scarpinato, il procuratore di Palermo, che in un intervista a Repubblica spiega che “la magistratura ha il ruolo strategico di vigilare sulla lealtà costituzionale delle contingenti maggioranze politiche di governo.”

E prosegue dicendo: “I giudici devono privilegiare tra le interpretazioni possibili della legge ordinaria quella conforme alla Costituzione e, se ciò non è possibile, devono “processare” la legge, cioè sottoporla al vaglio della Consulta”.

A Scarpinato risponde in un intervista pubblicata su Repubblica il giovedì 12 maggio 2016 Nello Rossi, avvocato generale in Cassazione, il quale osserva che la magistratura non è un soggetto unitario che agisce secondo piani preordinati, che si assegna compiti di vigilanza sull’agire politico in nome della Costituzione. Ai singoli giudici è invece affidato il compito di dubitare, nel corso di un giudizio, della conformità alla Costituzione della legge da applicare nel caso concreto, rivolgendosi alla Consulta. Secondo Nello Rossi i magistrati hanno il diritto di esprimersi sul referendum costituzionale, perché con esso si decide dell’assetto delle istituzioni che daranno forma alla vita democratica. E riguardo alle parole di Legnini osserva che un magistrato deve essere dotato di coraggio civile, piuttosto che di prudenza, altrimenti la magistratura non sarebbe più in prima linea contro il crimine.

LA POSIZIONE DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI

Infine, la posizione ufficiale dell’Associazione Nazionale Magistrati, condotta da Piercamillo Davigo è quella di non schierarsi né per il sì ne per il no, indicando il codice etico come criterio su come i magistrati debbano comportarsi in questi casi.


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1 COOMENTO

  1. La Costituzione del 1948 è nata dalla resistenza ed è l’ancora di garanzia della libertà del cittadino italiano. Dunque la libertà di espressione è derivata dal sacrificio di vite e della cultura libera contro l’oppressione asfissiante del fascismo. La grande conquista è stata che nessuno può prescindere dalle sue idee, gridate e non sussurrate liberamente. Il magistrato, prima ancora di essere tale è un cittadino educato e cresciuto con i principi e i valori della Costituzione. Come magistrato deve lottare e battersi perché questo valore resti tale, ma deve farlo anche e soprattutto quando il cittadino si esprime contro il sistema di autonomia della magistratura. Deve essere una libera espressione anche contro il proprio modo di pensare, ma non una strumentalizzazione per difendere posizioni di casta. Il rumore sollevato dopo l’intervento di Davigo ha squarciato il velo del dubbio che purtroppo insiste e persiste nella GRANDE FAMIGLIA DELLA MAGISTRATURA. E’ vera fede o scatto di paura di perdere privilegi e rendite?

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