di Maria Sellitti

Secondo il Regolamento Regionale delle Marche n. 1/2004 (sue modifiche ed integrazioni) “la Comunità Educativa per Minori è una struttura educativa residenziale a carattere comunitario, che si caratterizza per la convivenza di un gruppo di minori con una équipe di operatori che svolgono la funzione educativa come attività di lavoro.

Gli adulti sono preferibilmente uomini e donne che vivono insieme ai minori nella struttura di accoglienza, secondo turni di lavoro che diano continuità alla loro presenza in Comunità, cosicché la struttura sia caratterizzata da organizzazione e da rapporti interpersonali analoghi a quelli di una famiglia”.

Fine della Comunità Educativa è integrare o sostituire le funzioni familiari temporaneamente compromesse, accogliendo il minore in un contesto educativo adeguato, contenendo i tempi dell’accoglienza ad un massimo di 24 (ventiquattro) mesi ed altresì favorendo la definizione di un progetto più stabile per il minore: ritorno in famiglia, affidamento familiare, adozione.

Nella realtà accade frequentemente che la permanenza comunitaria del minore si protragga anche per diversi/numerosi anni, così che una bambina/un bambino all’interno della Struttura divengano prima pre-adolescenti, poi adolescenti, sino a giungere in prossimità della maggiore età, in assenza di una prospettiva di vita alternativa a quella comunitaria.

Per quali motivi ciò si verifica?

Risposta immediata e dolorosa è quella relativa al livello di compromissione del sistema familiare, all’atto dell’allontanamento dallo stesso del minore. A causa di un problema culturale e talora di formazione degli operatori dei Servizi negli anni passati, attualmente anche per la crisi economica che fortemente limita le risorse utilizzabili, i provvedimenti di “messa in protezione” dei minori erano e sono spesso emessi solo a “situazione già esplosa”, tracollo relazionale familiare già definito, compromissione del sistema familiare già gravissima, spesso estrema e molte volte irrecuperabile.

Gioco-forza è dunque quello della permanenza del minore in una struttura comunitaria per anni, nella lucida consapevolezza, da parte del Tribunale per i Minorenni, dei Servizi sociali, dei Servizi consultoriali, della impossibilità per la ragazza/il ragazzo di un rientro a casa. Sino alla maggiore età, nella quale “magicamente” il soggetto minore diventerebbe soggetto maggiore compiutamente  in grado di badare a se stesso. In realtà un’amplissima letteratura scientifica sociale e socio-sanitaria rimarca “la fragilità permanente” dell’ex-minore a rischio, rappresentabile, dolorosamente ma ineluttabilmente, con l’immagine del “tavolo a tre gambe”, che può reggersi perfettamente e felicemente in equilibrio per tutta la vita ma può anche, molto più facilmente che non gli altri “tavoli”, “traballare” alla prima difficoltà e talora cadere, andando in pezzi.

Perché, allora, essendo sovente la famiglia non più recuperabile, non si perseguono, o comunque non si perseguono con la necessaria celerità ed efficacia, i percorsi dell’affidamento etero-familiare e dell’adozione?

Anche in questo caso la risposta è, dolorosamente, immediata. L’affido etero-familiare, stabilito da un’ampia legislazione (L. n. 183/84, L. n. 149/01, L.R. Marche n. 865/13, L. n. 173/15, etc.), è per i minori in situazione di grave disagio strumento aiutativo preziosissimo ma contestualmente di difficile applicazione, necessitando di una complessa serie di interventi ed azioni (sensibilizzazione del territorio; promozione dello strumento; reperimento delle famiglie disponibili; formazione delle stesse; costituzione di una banca-dati; studio delle caratteristiche ed esigenze del minore ai fini del migliore abbinamento con una famiglia affidataria; avvio dell’affido con un preciso programma di sostegno e monitoraggio e con la disponibilità/capacità di un pronto intervento in caso di crisi; etc.). Purtroppo, con le risorse umane ed organizzative attualmente in possesso dei Servizi socio-sanitari, la realizzazione sistematica e puntuale della suddetta serie di interventi ed azioni risulta molto difficile, talora utopistica… E così i minori in tanti casi rimangono fermi in Comunità per anni, ed è loro preclusa la possibilità/opportunità/speranza della costruzione di un futuro diverso e migliore, attraverso l’aiuto ed il supporto di una famiglia valida, in grado di accogliere adeguatamente, guidare nelle scelte, sostenere nelle difficoltà, quale base sicura e rassicurante, rispetto al completamento del percorso di sviluppo ed al delicato momento di ingresso nella vita adulta.

E l’adozione?

Anche l’adozione risulta, paradossalmente, un obiettivo ambito ma difficile da realizzare. Non è semplice, infatti, per un Tribunale dei Minorenni giungere ad un Provvedimento di adottabilità, che deve necessariamente essere preceduto/accompagnato da un Decreto di decadenza della potestà genitoriale. Anche nelle situazioni di lampante/gravissima inadeguatezza genitoriale occorrono tempi lunghi per il definitivo accertamento della cosiddetta “incapacità genitoriale”, tempi lunghi occupati da valutazioni realizzate dai Servizi socio-sanitari territoriali, perizie tecniche specialistiche, ricorsi legali e spesso nuove valutazioni e perizie tecniche. E nel frattempo la bambina/il bambino crescono, e diventano “tanto grandi” da non poter più essere adottati, essendo noto come la disponibilità all’adozione da parte delle coppie giudicate idonee sia, nella stragrande maggioranza dei casi, per i “piccoli”.

PER APPROFONDIRE SI CONSIGLIA IL SEGUENTE VOLUME:

La  comunità- officina

La comunità- officina

Maria Sellitti, 2015, Maggioli Editore

Il disagio psico-sociale dei minori si costruisce “mattone dopo mattone”, sino alla realizzazione di “edifici” di personalità gravemente inadeguati, individualità contrassegnate da sofferenza psichica, devianza sociale, pluri-dipendenze.Percorso inverso...




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