A Palazzo Morando (sede espositiva della sezione Moda e Costume delle raccolte storiche comunali milanesi) una mostra celebra l’importanza di Milano come città d’acqua: elemento centrale dello sviluppo urbano fin dal Medioevo, l’acqua è stata protagonista delle trasformazioni del capoluogo lombardo a partire dalla costruzione dei primi tratti di Naviglio nel XII secolo: convogliata e incanalata a scopo difensivo, produttivo, commerciale, ludico-ricreativo, igienico, per poi essere soffocata con la  copertura della cerchia negli anni del Fascismo, e riemergere parzialmente nella nuova Darsena degli anni Duemila. Le fontane scomparse, l’invenzione delle conche che facilitavano il transito delle barche nei dislivelli urbani, le “vedovelle” (soprannome popolare delle celebri fontanelle pubbliche in ghisa disseminate per la città), le prime piscine pubbliche tra cui i celebri Bagni Diana e i bagni “perduti”, come l’Albergo Diurno Cobianchi in piazza Duomo, il grande “mare urbano” dell’Idroscalo: le vecchie fotografie in bianco e nero costituiscono oggi testimonianze preziosissime per capire e ricordare una città che non c’è più, coperta e cancellata da quella di oggi.

Milano era percorsa da una vera e propria rete acquatica, un ampio sistema di canali, rogge, navigli, chiuse, oggi quasi insospettabile: era una città dove le merci arrivavano su barconi, le donne lavavano i panni nei canali e gli uomini si ristoravano nuotando e tuffandosi dai trampolini dei Bagni Diana. Una città scomparsa, di cui restano  poche tracce che i più volenterosi possono andare a scoprire in mezzo al cemento che le nasconde. Di alcuni luoghi resta memoria solo nei nomi delle vie, come via Pantano, via Laghetto, via Molino delle Armi; altri sono poco conosciuti, ma ancora visibili (come le tre fontane ottagonali dette “dell’acqua marcia”, da cui sgorgava acqua curativa -che riecheggiano i due battisteri ottagonali paleocristiani che tuttora sopravvivono sotto il sagrato del Duomo-, la fontanella più antica di Milano che si ritiene disegnata da Luca Beltrami, la chiesa cinquecentesca di Santa Maria alla Fontana, costruita sopra una fonte ritenuta miracolosa). La mostra è come un tour virtuale attraverso le atmosfere romantiche di un mondo sparito, cancellato da un’idea di “igiene” e “progresso” che (consapevolmente o meno) nega la storia e, di conseguenza, l’identità di una città.

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