Il rapporto diffuso da Legambiente non lascia scampo: l’aria che si respira in oltre il 50% delle città monitorate presenta livelli di pm10 superiori a quelli consentiti. Pur con minime variazioni, le città più inquinate sono sempre le stesse e il superamento dei limiti è ormai una costante. Il traffico ovviamente gioca un ruolo importante, ma il contributo di auto e moto è sempre inferiore a quelli dell’industria e degli impianti di riscaldamento

Superamento costante
L’ultimo rapporto diffuso da Legambente “Mal’Aria 2016” ricorda e anzi sottolinea il difficile problema relativo all’inquinamento atmosferico nelle principali città italiane. Nel corso del 2015, tra le 90 monitorate ben 48 hanno infatti superato il limite dei 35 giorni di sforamento consentiti di PM10. Un dato allarmante, soprattutto se considerato il fatto che il superamento dei limiti è diventato ormai, per il nostro paese, una vera e propria costante e, non stupisce, ai vertici della classifica delle più inquinate troviamo sempre le stesse città. Quest’anno, la maglia nera tra i capoluoghi di provincia spetta a Frosinone, prima anche nel 2014 e “solo” terza nel 2013. Seguono Pavia con 114 giorni di sforamento, Vicenza con 110 e Milano con 101. Sotto ai 100 giorni la prima (ma 5a nella classifica generale) c’è Torino con 99 seguita da Asti e Cremona, entrambe a 92, Venezia, Lodi e, in decima, Monza. Da notare, inoltre, che le sole tre sul podio hanno superato i limiti, fissati per legge a 35 giorni all’anno, più del triplo delle volte e che, in aggiunta, tale superamento avveniva già nei primi mesi del 2015.
Le cause, diversamente da quanto solitamente s’è portati a pensare, non vanno però rintracciate nel solo traffico veicolare (comunque responsabile di un’enorme fetta nel grafico delle emissioni totali): a giocare un ruolo fondamentale nella partita ci sono infatti anche industria e riscaldamento, con i singoli dati che variano inoltre in base alla  posizione geografica e all’”attività” del singolo capoluogo.
“Purtroppo solo conoscendo a fondo l’origine dell’inquinamento atmosferico e le principali fonti che contribuiscono alla sua formazione, è possibile programmare gli interventi adeguati – spiega Giorgio Zampetti, direttore scientifico di Legambiente –  ad esempio uno studio pubblicato nel novembre scorso dal Centro di ricerca comune europeo Jrc (Joint Research Center) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sostiene che se a livello generale oggi il contributo principale alle emissioni di PM2,5 e PM10 deriva dal traffico, il contributo delle singole fonti (industria, riscaldamento, agricoltura, fonte naturale o altre fonti antropiche non definite) può variare di molto a seconda dell’area geografica e del contesto in cui ci troviamo”.
Basta un esempio: il rapporto pubblicato da Arpa Lombardia mostra come, in fatto di emissioni, le primarie dipendano per il 45% dall’utilizzo della legna nel riscaldamento e per il 27% dai trasporti su strada (14% dall’utilizzo di motori diesel e 13% dall’usura di freni, pneumatici e strade); ma anche che, a livello urbano, il contributo del trasporto diventa prevalente, con il 43% del totale delle emissioni di pm10 primarie e il 22% dall’utilizzo della legna. da: insella.it


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