A pochi giorni dal più grande attentato in territorio europeo dal Dopoguerra, il vero nodo della questione è più che mai irrisolto. Le democrazie occidentali non conoscono la via per neutralizzare ulteriori attacchi. È questa l’amara verità e insieme, la reale vittoria dei terroristi. Le ricette proposte per debellare il radicalismo soprattutto islamico e arginare, così, potenziali cellule pronte a entrare in azione, si sono rivelate del tutto insufficienti. Se prendiamo l’11 settembre come data iniziale – simbolica, in realtà, perché episodi simili erano avvenuti anche in epoca precedente – possiamo notare come le varie strategie perseguite dalle democrazie occidentali abbiano inanellato una serie disarmante di fallimenti.

Interventismo. A cosa sono serviti, infatti, quattordici anni di guerre in Medio oriente, tra Afghanistan, Iraq, le primavere arabe, il rovesciamento di dittatori come Gheddafi e Saddam, l’impiego di decine di migliaia di militari, i bombardamenti a tappeto e la morte di un numero elevatissimo di civili innocenti? L’opzione militare ha rivelato tutta la sua inefficacia anche in quei Paesi in cui i regimi sono stati deposti sia per l’intervento diretto delle truppe americane – a partire dai Talebani – che per l’appoggio ai sommovimenti popolari incontrollabili, su tutti a caduta di Mubarak in Egitto, vero evento cardine degli ultimi anni per l’area. La presenza della Nato e dei vari Paesi coinvolti nelle operazioni non solo si è rivelata ininfluente, ma ha finito per destabilizzare l’area mediorientale e nordafricana, fino all’inaudita mattanza siriana, una guerra civile in corso da ormai troppi anni che si è rivelata il terreno più fertile per l’esplosione del sedicente Stato islamico. La politica militare occidentale ha proprio nella Siria contesa in mille fazioni tra Isis, ribelli, curdi e Assad il culmine della sua completa irrilevanza. Gli attacchi della Francia su Raqqa, centro logistico delle operazioni dei seguaci di al Baghdadi, hanno più il profilo di una ritorsione a seguito di uno smacco gravissimo agli occhi della comunità internazionale, che di un’operazione mirata a colpire i responsabili e insieme impedire nuovi attentati.

Controlli a tappeto. Un’altra strada ambigua seguita in questi anni dalle democrazie, in ottica preventiva, è l’inasprimento delle politiche di sicurezza e monitoraggio sulla popolazione. A partire dal Patriot act americano dell’ottobre 2001, fino all’allargamento dei poteri di agenzie più o meno occulte come la Nsa, che tendeva occhi e orecchi anche in territori europei, l’invasione della privacy è stata massiccia negli ultimi anni, complice anche uno sviluppo tecnologico senza precedenti. Tutto a scopi di sicurezza, ma spesso ai confini, se non oltre, la legalità. Orbene, questo sistema, così come non era stato in grado di impedire gli attentati ai treni in Spagna e Inghilterra, non è riuscito a preservare la maratona di Boston dalle bombe, né a intercettare il commando che ha decimato a colpi di kalashnikov la redazione di Charlie Hebdo, per finire con il flop completo degli apparati di sicurezza e di intelligence francesi nella raffica di esplosioni di venerdì scorso. A cosa può servire, bisogna chiedersi, spiare conversazioni di comuni cittadini se a individui già noti alle autorità viene concesso di entrare e uscire dall’Unione europea con destinazione Siria senza troppi
problemi?


Porte aperte. E veniamo al vero vulnus della materia. Sotto accusa, soprattutto in Italia, nelle ultime ore è finito ancora una volta il modello di integrazione. Le politiche di accoglienza e di solidarietà, valori fondanti le costituzioni europee, secondo la tesi più ostile, avrebbero esposto il vecchio continente al pericolo del fondamentalismo. Ebbene, i passaporti degli attentatori – certi quelli dello scorso gennaio, in via di definizione gli ultimi carnefici – non lasciano dubbi: i terroristi sono francesi, nati in Francia, immigrati di seconda quando non di terza generazione. Siamo proprio sicuri sia solo un problema di accoglienza? Si discute se le democrazie, chiudendo le frontiere e aumentando i controlli come sta avvenendo in Francia, non vadano contro i propri principi fondativi di società aperte e multiculturali. Forse, però, il nocciolo risiede nella capacità di influenza che i portavoce del fondamentalismo hanno su questi ragazzi poco più che ventenni. Non va dimenticato, infatti, che la Francia e in particolar modo Parigi, vive da anni un problema serissimo di emarginazione nelle banlieux della capitale. Non deve allora stupire se il verbo jihadista trova un suolo perfetto per attecchire proprio in quelle periferie urbane che i giovani, in molti casi disoccupati, vivono come una prigione senza uscita.

Cosa fare, dunque? Alla luce delle varie sfere di intervento intraprese finora, tutte più o meno fallimentari, l’unico vero antidoto al diffondersi della follia che trasforma gli uomini in kamikaze per conto di Dio, sembra essere la stessa comunità islamica. Numerose manifestazioni di fedeli musulmani, nei giorni scorsi, hanno avuto luogo a Parigi e in altre città, per prendere le distanz dal fondamentalismo e condannare la follia del Jihad. Ma ora gli atti simbolici non bastano più. I tempi sono maturi affinché la numerosa popolazione di credo musulmano presente sul territorio europeo si affranchi dalla narrazione che vede in ogni islamico un potenziale terrorista. Le prime vittime di questi crimini, è risaputo, sono proprio i fedeli di Allah più civili e pacifici: a loro, ora, spetta il compito di smascherare quella “banalità del male” annidata nei volti più comuni o insospettabili, per rispedire al mittente le odiose accuse di omertà e silenzioso fiancheggiamento. È ora, insomma, che gli elementi più pericolosi vengano denunciati alle autorità dalla società civile musulmana, stanca di essere accostata ai terroristi. Il beneficio, a ben vedere, potrebbe toccare anche
l’inettitudine dei governi. Così, infatti, repressione e misure restrittive non resteranno generalizzate e di dubbia utilità, ma potranno concentrarsi sui possibili focolai e impedire altre stragi. Le istituzioni dovranno assumere la guida di questo processo, non restringendo le libertà ma anzi favorendo l’emancipazione di questi gruppi per il mantenimento di una convivenza pacifica, rispettosa delle libertà altrui e tollerante. L’unica strada della convivenza è la marginalizzazione degli elementi radicali sin dall’interno delle loro comunità, entro un contesto politico e normativo solido, in grado di favorire la messa al bando dei criminali, promuovendo la cultura, l’istruzione e un orizzonte di vita a lungo termine anche nelle aree più disagiate. Processo assai complicato, ma a questo punto inevitabile: è la vera sfida del nostro tempo.


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