Il Consiglio di Stato ha deciso, con la sentenza n. 4899 del 26 ottobre 2015, di annullare le trascrizioni dei matrimoni gay celebrati all’estero riaprendo così l’annoso capitolo delle unioni omosessuali in Italia. Storcendo completamente la decisione presa  dal TAR, i giudici amministrativi di secondo grado hanno invalidato il registro del Comune di Roma per la trascrizione delle nozze gay che sono state contratte all’estero.

In Italia sono numerose le coppie dello stesso sesso che hanno celebrato il matrimonio all’estero, in Paesi dove la nozze sono ammesse per tutti, indipendentemente dal sesso e dal genere. Ci si chiede, dunque, perché il nostro Paese si ostini a rimanere uno dei pochi fanalini di coda tra quelli occidentali che ancora rifiutano di legalizzare tali unioni. Le classi dirigenti, indipendentemente dai colori politici, che si sono succedute in Italia continuano, diversamente dalla società civile, a circoscrivere il tema dei diritti civili ad una semplice rivendicazione elettorale, mancando di elaborare un intervento politico concreto degno di un Paese che si reputa civile.

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La stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, lo scorso luglio, ha ammonito l’Italia con una condanna per la mancata previsione di una disciplina ad hoc che regolarizzi le unioni omosessuali. Ora, il Consiglio di Stato era chiamato a decidere se legittimare o meno la circolare dell’anno scorso con cui il Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, aveva ordinato ai prefetti di annullare le trascrizioni dei matrimoni gay effettuati all’estero, validate in Italia dai sindaci.

Le stesse trascrizioni, in virtù anche dell’espressa richiesta da parte delle coppie interessate ai fini di riconoscere la certificazione  del matrimonio contratto all’estero, erano state precedentemente dichiarate legittime da una sentenza del Tribunale di Grosseto, alla luce della normativa in vigore. Rovesciando la questione, la sentenza dei giudici amministrativi di secondo grado stabilisce invece che il matrimonio è tale solo se contratto tra persone di sesso diverso, delineandosi altrimenti  un atto puramente “inesistente”, in quanto sprovvisto “di un elemento essenziale della sua stessa giuridica esistenza”.

Si legge nella sentenza che “la diversità di sesso dei nubendi” è la prima “condizione di validità e di efficacia del matrimonio […] in coerenza con la concezione del matrimonio afferente alla millenaria tradizione giuridica e culturale dell’istituto, oltre che all’ordine naturale costantemente inteso e tradotto nel diritto positivo come legittimante la sola unione coniugale tra un uomo e una donna“.

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La pronuncia del Consiglio di Stato ritiene, inoltre, legittima la decisione dell’allora prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, di annullare le trascrizioni delle unioni omosessuali all’estero ordinate dal sindaco Ignazio Marino. Mentre, infatti, il TAR non aveva riconosciuto al prefetto un simile potere, il Consiglio di Stato ha ammesso il “potere di annullamento gerarchico d’ufficio da parte del prefetto degli atti illegittimi adottati dal sindaco, nella qualità di ufficiale di governo, senza il quale, peraltro, il loro scopo evidente, agevolmente identificabile nell’attribuzione al prefetto di tutti i poteri idonei ad assicurare la corretta gestione della funzione in questione, resterebbe vanificato”.

Mentre la destra italiana esulta per la decisione, altri esponenti politici esprimono contrarietà per un oscurantismo giudiziario che mette in bilico la tutela dei diritti civili e delle condizioni di minoranza. Franco Grillini, presidente di Gaynet ed esponente storico della comunità lgbt italiana ha così commentato: “La sentenza del Consiglio di Stato che ha bocciato le trascrizioni dei matrimoni gay celebrati all’estero, è del tutto ingiustificata”.

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