Dopo aver letto l’opinione dell’avv. Carmelo Giurdanella sulla sentenza della Corte di Giustizia Europea che di fatto non ha ritenuto confliggente con il diritto comunitario la normativa italiana che prevede un contributo unificato elevato per la materia degli appalti pubblici, abbiamo intervistato anche l’altro avvocato, Patrizio Menchetti,  rappresentante dell’associazione Cittadini Europei parte in causa, esperto in diritto comunitario.

Avvocato Menchetti, ci può riassumere brevemente i punti fondamentali della decisione?

Avv. MenchettiInnanzi tutto la Corte di Giustizia non ritiene il contributo unificato italiano confliggente con il diritto dell’Unione Europea così come non ritiene confliggente la somma dei contributi unificati in uno stesso giudizio.
A questo proposito i giudici europei sono andati nel merito, affermando che i tributi giudiziari per proporre ricorsi giurisdizionali amministrativi in materia di appalti pubblici che non siano superiori al 2% del valore dell’appalto in questione non sono tali da rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico dell’Unione in materia di appalti pubblici.


Potrebbe spiegarci l’opinione dei giudici europei in materia di cumulo dei contributi nel medesimo giudizio?

Avv. Menchetti: Si tratta dell’unico elemento di novità in una sentenza che è, per il resto, del tutto conservativa.

Sostanzialmente si afferma che, da un lato, il moltiplicarsi di contributi nel medesimo processo non sia di per sé contrario al diritto comunitario, ma allo stesso tempo nulla vieti al Giudice Nazionale di valutare se nel giudizio di merito un’eventuale nuovo atto possa determinare una “modifica considerevole” dell’oggetto del giudizio tale da non richiedere il pagamento di un ulteriore contributo unificato. 
In quest’ultimo caso, il giudice italiano potrà dispensare la parte dall’obbligo di pagamento dell’imposta, perché in questo caso applica immediatamente il diritto comunitario.
Ma onerare il giudice italiano di valutare di volta in volta la congruita dei contributi non è una vera tutela per il cittadino, poiché implicherà, dal punto di vista pratico, un ulteriore ricorso, questa volta al giudice tributario.
Si potrebbe immaginare, per esempio, che venga contestato un contributo richiesto in fase di regolarizzazione in modo ingiustificato e non congruo. Oppure, ancora, una società non italiana ma di un paese europeo potrebbe impugnare il provvedimento di tassazione, per via delle sproporzioni tra la tassazione nel proprio paese e quella in italia. Basti pensare, a titolo di esempio, che in Francia il giudizio in materia di appalti non richiede il pagamento di nessun tipo di imposta.

Le conclusioni dell’Avvocato Generale avevano suscitato un certo ottimismo nei confronti di questa decisione. Come si spiega questa svolta?

Avv. MenchettiL’impressione che si ha è che la Corte, nell’attuale composizione, sia portatrice di una visione più conservatrice dell’ordinamento europeo, e probabilmente ciò è dovuto all’ultimo allargamento dell’UE a 28 paesi.
Molti dei provvedimenti emanati in questi giorni, non a caso probabilmente, sono molto favorevoli alle norme che consentono agli stati membri di incamerare più soldi. Si assiste insomma ad un’Unione Europea che mette al centro le questioni finanziarie a discapito della spinta innovatrice.

Questa decisione rappresenta una sconfitta assoluta o è ancora possibile fare qualcosa?

Avv. MenchettiOvviamente non ci sono mezzi di impugnazione per una sentenza della CGE, né in questo momento è possibile pensare al ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Tuttavia ciò non impedisce una nuova pronuncia dei giudici europei, tenuto conto che la stessa domanda potrebbe essere riproposta alla Corte in presenza di circostanze parzialmente diverse. In particolare ben potrebbe un’impresa straniera in Italia contestare la normativa italiana nel momento in cui le renda estremamente difficoltoso una difesa effettiva nei confronti di una discriminazione.


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