La riforma del lavoro tra luci e ombre. A sei mesi dal via alla nuova legge sui contratti, il Jobs Act non convince del tutto, anche se i dati sui contratti di assunzione sono positivi.

E’ entrato in vigore all’inizio di marzo, infatti, il Jobs Act, dopo mesi di gestazione dovuti, prima alla lunga fase di approvazione in Parlamento e, poi, alla stesura e pubblicazione dei decreti legislativi – non ancora del tutto terminata, in realtà – è dunque possibile trarre un primo bilancio.

Tenendo conto che nelle ultime settimane si sono accavallati molti dati, alcuni poi clamorosamente sbagliati, come quelli diffusi dal ministero del Lavoro sulle cessazioni, poi rivelatesi il doppio di quanto comunicato, non è facile orientarsi nella giungla di numeri.


Alcune tendenze generali, però, sono evidenti 180 giorni dopo il debutto del Jobs Act. La disoccupazione giovanile non accenna a diminuire, rimanendo stabile al 44,2%, una cifra esorbitante che fa segnare il massimo storico per il nostro Paese. Tra i giovani, soltanto il 14,5% ha un lavoro: segno drammatico dei tempi in cui una riforma fatica a cambiare le cose.

In senso generale, poi, le cose non vanno troppo meglio: la percentuale di chi non lavora rimane salda al 12,7% sul territorio nazionale, con il tasso di occupazione che rimane al 55,8%. Numeri, insomma, non proprio esaltanti dopo il semestre in cui il Jobs Act ha fatto il debutto sulla scena.

A fare la differenza, allora potrebbe essere stata la legge di stabilità, che aveva introdotto gli sgravi sui contributi e sul pagamento del’Irap per i contratti a tempo indeterminato accesi nel corso dell’anno. Una combinazione che sta favorendo certamente l’accensione di contratti stabili, ma senza le guarentigie dell’articolo 18, sebbene non abbastanza da cambiare il panorama del mercato del lavoro in Italia.

Alla luce anche delle tante cessazioni comunicate dal dicastero del Welfare, allora, emerge come il modello ricorrente sia quello delle trasformazioni di contratto che da precario o apprendistato diviene a tempo indeterminato sotto l’ombrello del Jobs Act e degli sgravi sui contributi.

Al giro di boa del primo anno, insomma, più che il Jobs Act il governo è tenuto a confermare i contributi zero per le nuove assunzioni: solo così è possibile continuare sulla strada della stabilità per vedere, magari tra qualche mese, scendere finalmente gli spaventosi indicatori sulla disoccupazione.


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