Def, nessuna tregua. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi prova a smorzare i toni ma per adesso i dati sembrano smentirlo: la pressione fiscale, infatti, è destinata a crescere.

Ieri, dopo che le prime indiscrezioni sul Documento di programmazione economica e finanziaria erano trapelate facendo preoccupare contribuenti, imprese e osservatori, il governo, con il premier in persona si è precipitato in conferenza stampa, spalleggiato dal ministro dell’Economia Padoan, per spiegare ai mezzi di comunicazione e ai cittadini che nei prossimi interventi sulla finanza pubblica non sono previsti incrementi alla tassazione.

Occasione per il chiarimento, il Consiglio dei ministri preliminare sul Def che si è tenuto a palazzo Chigi in vista del via libera definitivo al piano di ristrutturazione economica, che chiuderà questa prima fase del 2015 sul fronte dei conti pubblici.


In proposito, il governo ha tenuto a rassicurare investitori e contribuenti sulle prospettive di crescita che attendono la nostra economia, con gli indicatori favorevoli annunciati soprattutto per i prossimi anni.

In particolare, il governo ha evidenziato i seguenti passaggi macroeconomici.

Pil:

0,7% nel 2015

1,4% nel 2016

1,5% nel 2017

Rapporto deficit-Pil:

2015: 2,6%

2016: 1,8%

2017: 0,8%

In aggiunta, il governo ha annunciato il pareggio strutturale di bilancio per il 2017. Nel complesso, ha chiarito Pier Carlo Padoan, la manovra assumerà un valore di 10 miliardi, tutti provenienti dalla spending review “edulcorata” di Yoram Gutgeld, dopo la defenestrazione di Carlo Cottarelli, che le voci di palazzo hanno descritto come poco gradito al premier.

Ma il vero punto di domanda riguarda la tassazione: cresceranno o no le imposte? Il governo ha affermato in tutte le lingue che “non ci saranno aumenti di tasse”. In realtà, come diversi analisti hanno dimostrato, le certezze del governo vanno prese con la dovuta cautela.

Il rebus, infatti, è la famosa clausola di salvaguardia, vero obiettivo dell’intervento sui conti pubblici da 10 miliardi. Qualora lo scopo non venisse raggiunto appieno, infatti, scatterebbe inesorabile l’aumento dell’Iva, per un’escalation che potrebbe portare l’aliquota maggioritaria al 25,5% nell’arco di un paio di anni.

Al momento, quello che è certo è il dato di crescita delle entrate tributarie, pari al 31,2% anche nel 2016, con la pressione fiscale destinata a passare dal 43,5% al 44,1% nell’anno prossimo.

L’unica via rimane quella di adoperare tagli profondi sulla spesa corrente, anch’essa destinata a salire nonostante gli interventi applicati dai vari governi negli ultimi anni. In questo, si spiegano le preoccupazioni degli enti locali, e in particolare dei sindaci, che hanno già dichiarato battaglia al governo in caso di nuovi tagli.

D’altro canto, un versante da cui recuperare qualcosa potrebbero essere le partecipate, anche se in questo campo l’esecutivo pare volersi muovere con fin troppa circospezione.

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