Italia e Città del Vaticano hanno stipulato uno storico accordo per la trasparenza fiscale, che segue a ruota quelli firmati nelle scorse settimane dal nostro Paese con Svizzera e Liechtenstein, tra gli altri.

Ovviamente, però, l’intesa tra i due Paesi ben più che confinanti, in questo caso, riveste un’importanza particolare, quasi storica. A quasi novant’anni dalla firma dei Patti Lateranensi e dopo trenta dalla revisione del Concordato, ecco il piano tanto atteso per la riemersione del sommerso tra Vaticano e Italia.

Ma c’è una novità che non farà piacere ai contribuenti italiani: nonostante gli sforzi per pervenire a questo accordo, non cambiano i termini di imposizione per i luoghi di culto di proprietà dello Stato papale, che rimangono esenti da Imu e relative imposte sugli immobili come stabilito originariamente proprio nel Trattato del 1925.


“Trasparenza e sana collaborazione con lo Stato Italiano”. Con queste parole l vice direttore della Stampa della Santa Sede, padre Ciro Benedettini, ha introdotto l’ufficialità dello storico accordo tra i due Paesi. Le due firma in calce sono quelle dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati presso la Santa Sede, e il ministro dell’Economia italiano Pier Carlo Padoan.

Italia e Vaticano hanno stabilito che le rendite finanziarie saranno tassate a partire dal 2014, mentre le altre resteranno sottoposte alla normale imposizione. Scopo principale della nuova sinergia tra le due sponde del Tevere sarà quello di dirimere gli obblighi fiscali relativi alle attività finanziarie detenute presso enti che svolgono attività finanziaria nella Santa Sede da persone fisiche e giuridiche fiscalmente residenti in Italia.

Naturalmente, così come per gli altri Paesi oggetto degli accordi sulla trasparenza, la finalità è quella di incentivare il ricorso alla voluntary disclosure, per portare in superficie capitali ignoti al fisco italiano.

Per lo stato papale resterà il divieto di segreto in materia finanziaria, con la garanzia di piena collaborazione con le istituzioni italiane sulle informazioni che dovessero rivelarsi necessarie all’applicazione delal normativa fiscalòe e amministrativa interna.

In aggiunta, il protocollo siglato tra i due Stati investe l’ambito degli Istituti di Vita consacrata, “delle Società di Vita Apostolica, nonché di tutti gli altri enti dotati di personalità giuridica canonica e che attendono ad opere di pietà, apostolato o carità, spirituale o temporale come previsto del canone 114 del Codice di diritto canonico”.

C’è, comunque, una differenza rispetto agli accordi firmati con altri Paesi: il Vaticano, non essendo incluso preventivamente in alcuna black list, non sarà obbligato a richieste di tipo retroattivo. Il punto di inizio del nuovo regime partirà, secondo quanto stabilito in sede di convenzione, dal 2009, di modo che si possano così “obblighi fiscali relativi alle attività finanziarie detenute presso enti che svolgono attività finanziaria nella Santa Sede da alcune persone fisiche e giuridiche fiscalmente residenti in Italia”.

Ma niente Imu

Come detto, però,  l’intesa tra i due Stati non prevede l’applicazione dell’imposta sugli immobili, limitandosi a mantenere vigenti le disposizioni sancite nei Patti Lateranensi.

La conferma è arrivata anche dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha diramato una nota ad hoc in seguito alla notizia della firma tra i due Paesi.


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