Due accuse pesantissime: concussione e prostituzione minorile. Una condanna in primo grado che accoglieva pienamente la tesi del pubblico ministero, per un totale di sette anni più l’induzione perpetua dai pubblici uffici. Un’immagine pubblica sgretolata e un processo condito di dettagli imbarazzanti finiti sui media di tutto il mondo.

Silvio Berlusconi non si è arreso neanche questa volta e, anzi, ha alzato l’asticella, portando nel suo team difensivo il professor Franco Coppi, legale di indiscussa fama, avvezzo ai casi molto discussi, da Abu Omar a Sabrina Misseri. Un professionista, insomma, dei processi a forte impatto mediatico, che nell’arco di pochi mesi ha provocato il clamoroso ribaltamento della sentenza Ruby, ottenendo un’assoluzione piena in Appello, confermata nei giorni scorsi in maniera definitiva dalla Corte di Cassazione.

Come si imposta una difesa di questo genere? Come è possibile riscattare la posizione di un imputato già pregiudicato – la condanna definitiva per frode fiscale, costata la decadenza da senatore – al centro del fuoco mediatico interno e internazionale per alcune abitudini troppo dissolute, passato attraverso un divorzio turbolento, dove la principale accusatrice della sua condotta dissoluta è risultata proprio la ex moglie, al secolo Veronica Lario?


Un’impresa non certo agevole, in un clima saturo di dettali del bunga bunga e di fronte a un pm agguerritissimo che questa volta sentiva di avere in mano le carte per affossare definitivamente un personaggio troppe volte dato per sconfitto, ma ancora in piedi.

Eppure, Coppi ha fatto il miracolo. O, meglio, ha azzeccato il garbuglio, senza puntare su rinvii, prescrizioni, o giochetti procedurali. Come è stato possibile giungere a un esito così insperato per il Cavaliere?

Il principio, come conferma il diretto interessato in varie interviste all’indomani della sentenza definitiva, è uno solo: impostare la difesa non già sul piano morale, ma strettamente su quello del diritto penale. Anche la difesa di Berlusconi non è intervenuta sul punto della prostituzione che si sarebbe verificata ad Arcore: l’importante, per l’avvocato, era scagionare il suo assistito. Per il resto, assicura Coppi “se la vedrà in confessionale”.

Dunque, il punto non era più negare l’evidenza di un’abitudine poco edificante – quella degli incontri con le ragazze ad Arcore – ma porre l’accento sulle incongruenze dei racconti forniti da Ruby“Discutere se le signorine fossero più o meno disinvolte non aveva molto senso – spiega Coppi al Corriere della Sera – meglio concentrarsi sul fatto che non si sapesse della minore età di Ruby”. L’avvocato si riferisce al fatidico 27 maggio 2010, quando, cioè, Berlusconi telefonò in Questura a Milano per il rilascio a Nicole Minetti della giovane marocchina, momento in cui emerge anche l’altra ipotesi di reato: quella di concussione.

In sostanza, “i giudici del merito hanno trovato mancante la prova della consapevolezza da parte di Berlusconi della minore età di Ruby”. Così, l’accusa di prostituzione minorile è crollata completamente. 

Restava da minare la concussione. In questo caso, la strategia di Coppi è stata più sottile: dimostrare che non si fosse verificata una costrizione con tanto di minaccia nei confronti dei funzionari a cui si è rivolto Berlusconi. Una linea agevolata – come scrive oggi Marco Travaglio – dallo spacchettamento del reato avvenuto con la legge Severino nel 2012. Anche in questo caso, però, mancava la dimostrazione definitiva che l’interessamento dell’ex premier fosse diventato un ordine. Grimaldello sufficiente a scardinare anche l’altro capo d’accusa.

Osservazioni, quelle della difesa, accolte in blocco dalla Corte d’Appello di Milano, il vero punto di svolta del processo Ruby. Una sentenza ora confermata in Cassazione, dove “i fatti sono stati ricostruiti con grande puntualità. Una sentenza meticolosa, ma tutta in punta di fatto. Ha riconosciuto anche circostanze – ammette Coppi – non piacevoli per l’ex premier”. Su quest’ultimo punto, però, è lecito nutrire più di qualche dubbio.


1 COOMENTO

  1. La Cassazione ha di nuovo dimostrato, come già l’Appello, che la Boccassini e il giudicante di Milano avevano condannato a 7 anni Berlusconi per la sua becera violazione della morale con Ruby e con Ostuni, una storiella da romanzetto pornografico o poliziesco, ma non per violazione delle norme sulla prostituzione minorile e sulla concussione. La prostituzione ci fu, e non è stato provato e non è più possibile provare che Berlusconi sapesse la minore età di Ruby. La telefonata ci fu, e non è stato provato e non più possibile provare che Berlusconi abbia corrotto o persuaso per induzione Ostuni. Il primo grado, così si deve concludere, si era sbagliato.

    Non si amministra la giustizia né con i paternostri né con le preghiere laiche dei laici. Si amministra con le prove, mai con gli indizi fatti passare per prove e creduti prove e mai con i sospetti che possono tormentare l’inconscio. E non c’erano prove contro Berlusconi, il professore avvocato Coppi ieri l’ha chiarito.

    Cessi in molti giornali, Repubblica compresa, la prevalenza della ragione e delle ragioni politiche sulla ragione e sulle ragioni del diritto. È una prevalenza che per me offende la cultura giuridica e il garantismo, e allo statalismo e al giustizialismo cede o sembra cedere – forse nell’inconsapevolezza di chi statalista e giustizialista è.

    L’homo iuridicus a volte non è anche homo ethicus. Nelle corti di giustizia si discute e si applica la giustizia giuridica, non la giustizia etica. E con modo etico la giustizia giuridica si discute e si applica. E con cultura di diritto la si discute e la si applica.

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