La Corte di giustizia europea ha condannato l’Italia per la mancata assunzione di 250mila precari nella scuola, tra insegnanti, amministrativi Ata e collaboratori. Si tratta di una pronuncia che mette a segno un colpo a favore per i tantissimi lavoratori instabili del comparto educativo, che il governo ha promesso di regolarizzare entro la fine del 2015.

Nello specifico, la pronuncia della Corte Ue risponde al ricorso di alcuni lavoratori italiani impiegati per meno di 45 mesi nell’arco di un lustro, se la normativa nazionale sia coerente con quanto stabilito in sede comunitaria sui contratti a tempo determinato.

Senza appello la replica della Corte: “La normativa italiana sui contratti di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola è contraria al diritto dell’Unione. Il rinnovo illimitato di tali contratti per soddisfare esigenze permanenti e durevoli delle scuole statali non è giustificato”.


Sindacati già pronti alla riscossa: si preparano le richieste per l’assunzione di 250mila precari, con il riconoscimento degli scatti di anzianità maturati tra 2002 e 2012 e le mensilità estive.

Ecco il testo completo della sentenza della Corte Ue


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  1. STATO-NON-DI DIRITTO.
    Sentenza attesa, dice serafica la ministra Giannini. Sì, è vero, conclusione attesa, scontata e prevedibile, e ciononostante per decenni pervicacemente elusa dallo stato italiano, stato -NON- di diritto. E persino dalla Corte di Cassazione, che, con una sua recente, scandalosa, sentenza di natura palesemente politica, ha negato i sacrosanti diritti dei precari della scuola, ora riconosciuti dalla Corte UE. Si calcola che il costo economico a carico dello stato per effetto di questa sentenza si aggiri intorno ai due miliardi di euro, ma incalcolabile è il costo politico e sociale di questa diffusa illegalità e ingiustizia che colloca il nostro paese ai vertici (negativi) delle graduatorie mondiali e per cui lo stato italiano, stato-Non-di diritto, è fatto oggetto di continue procedure di infrazione e condanne da parte della stessa UE: quale autorità e credibilità può avere uno stato che è il primo a violare la legge? Quale rispetto della legge può pretendere e aspettarsi dai cittadini un simile stato? Come può chiamarsi stato-di diritto uno stato che il diritto e i diritti ignora? E quello che lascia ancora più temere è che, nonostante tutto, nonostante tante condanne e figuracce, non è dato avvertire segni di “ravvedimento” e di inversione di rotta, non si intravedono nemmeno timidi sprazzi di chiarore dell’attesa alba della ‘notte buia del diritto”: anzi, si può dire che i governi che si sono succeduti negli ultimi tempi, da Berlusconi a Monti, a Renzi, hanno gareggiato nell’opera di distruzione del diritto e dei diritti, soprattutto quelli dei lavoratori, diritti primari che rappresentano la cifra stessa della civiltà di un paese. E così che ora, proprio in materia di diritto del lavoro, altri sonori schiaffoni dovrà attendersi il nostro stato, stato-NON-di diritto, a fronte di nuove devastanti violazioni, frutto della dilagante insofferenza al diritto, oltre che del becero dilettantismo, dei nostri governanti: a cominciare, per rimanere nell’ambito dei diritti dei lavoratori, dalla prevedibile e inevitabile dichiarazione di illegittimità della recente riforma Poletti in materia di contratto di lavoro a tempo determinato, già fatto oggetto di ricorso alla Corte di Giustizia, e, a seguire, quella assai probabile di diverse norme del Jobs Act, che il sindacato si appresta ad impugnare davanti alla stessa Corte.
    La sentenza della Corte di Giustizia riporta sotto la luce dei riflettori la “questione scuola”, che negli ultimi tempi ha visto il moltiplicarsi di analisi e interventi (e polemiche), che, al di là degli aspetti strettamente legali, investono la situazione generale della scuola italiana e in particolare del lavoro dei docenti e degli orari. Sullo specifico tema mi permetto di riportare qui di seguito una mia precedente nota pubblicata anche in questo sito (13.09.2014):
    DISINFORMAZIONE E SUPERSTIZIONI SCOLASTICHE.
    L’annunciato programma di assunzione di 150mila docenti precari ha scatenato nuove (e vecchie) polemiche sul dossier scuola, spingendo alcuni ad affermare che si tratterebbe di una vera sciagura o al più di una spesa ingiustificata, ovvero di una decisione di sapore politico, precisamente -come ha detto qualcuno (A. Ichino, Lavoce.info)- il ‘prezzo che Renzi ha dovuto pagare alle forze conservatrici nella scuola’ per non perderne il circa milione di voti che essa rappresenta. La spiegazione è in realtà molto più semplice di quanto faccia pensare certa disinformata (e disinformante) dietrologia: l’Italia è obbligata a stabilizzare i precari in forza del diritto comunitario, ‘ce lo chiede la UE’ (sì, anche questo, e non solo il taglio della spesa, la riforma del lavoro, ecc., solitamente richiamati da certi nostri strabici politici ed economisti), anche per effetto delle numerose denunce e ricorsi in sede giurisdizionale. Si afferma da parte del fronte che si oppone alla decisione del governo che la scuola italiana non ha alcun bisogno di queste nuove assunzioni e, a sostegno di questa tesi, si richiamano, in maniera peraltro surrettizia, vecchi dati tratti dal rapporto Ocse sulla scuola 2012. Eclatante appare, soprattutto, il fatto che il numero dei docenti occupati nella scuola italiana registrato da tali dati – già peraltro sostanzialmente contraddetti dal successivo rapporto 2014 (proprio in questi giorni pubblicato) dell’ Ocse medesima e da altri studi (vedasi in particolare il recentissimo studio su 30 paesi Ocse realizzato dalla London School of Economics e dall’Università di Malaga)- risulta comprendere, in quanto anch’essi occupati, quegli stessi docenti c.d. precari la cui nuova immissione si afferma essere assolutamente non necessaria! Innegabile, ed ovvio, che non sarebbe necessari nuovi occupati, SE si considerano già occupati (sebbene non di ruolo) anche i precari! Si afferma, poi, che il vero problema è che spendiamo male e che gli insegnanti sono tanti, ma ‘male assortiti’ perché mancano dove servono, e ci si stupisce che il documento del governo sulla scuola non faccia alcuna menzione della valutazione reputazionale dei docenti. A dire il vero, stupisce che chi afferma ciò non faccia alcuna menzione del fatto che –secondo gli stessi dati evidenziati anche dall’OCSE- gli stipendi dei docenti italiani siano tra i più bassi d’Europa (cosa che, secondo il citato studio della London School of Economics e dell’Università di Malaga è in stretta relazione col grado di efficienza e i risultati), mentre non stupirebbe affatto che si pensi, come rimedio all’asserito problema del cattivo ‘assortimento’ e utilizzo dei docenti della nostra scuola, all’aumento del loro orario di lavoro, alla riduzione delle (c.d.) ferie, alla generale riduzione retributiva (abolizione degli scatti di anzianità, ecc.) a fronte di ipotetici premi selettivi basati sul c.d. merito, ecc., secondo il trito leit motif di certa destra contro cui sono state scritti fiumi di inchiostro per spiegare in cosa consiste il lavoro dei docenti e quante siano effettivamente le ore e l’impegno che esso implica.
    Non vorrei ancora una volta perdere tempo su questa tediosa polemica, mi limito solo a ricordare, le limpide parole di Luigi Einaudi -Corriere della Sera del 21 aprile 1913 (non 2013!), ‘La crisi scolastica e la superstizione degli orari lunghi’- : ‘Da vent’anni a questa parte le ore di fiato messe sul mercato dai professori secondari sono andate spaventosamente aumentando. Specie nelle grandi città, dalle 10 a 12 ore settimanali, che erano i massimi di un tempo, si è giunti, a furia di orari normali prolungati e di classi aggiunte, alle 15, alle 20, alle 25 e anche alle 30 e più ore per settimana. Tutto ciò può sembrare ragionevole solo ai burocrati che passano 7 od 8 ore del giorno all’ufficio, seduti ad emarginare pratiche. A costoro può sembrare che i professori con le loro 20-30 ore di lezione per settimana e colle vacanze, lunghe e brevi, siano dei perditempo. Chi guarda invece alla realtà dei risultati intellettuali e morali della scuola deve riconoscere che nessuna jattura può essere più grande di questa. La merce ‘fiato’ perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana, tanto meno per 30 ore. La scuola, a volerla fare sul serio, con intenti educativi, logora. Appena si supera un certo segno, è inevitabile che l’insegnante cerchi di perdere il tempo, pur di far passare le ore. Buona parte dell’orario viene perduto in minuti di attesa e di uscita, in appelli, in interrogazioni stracche, in compiti da farsi in scuola, ecc., ecc. Nasce una complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e scolari a far passare il tempo, pur di far l’orario prescritto dai regolamenti e di esaurire quelle cose senza senso che sono i programmi. La scuola diventa un locale, dove sta seduto un uomo incaricato di tenere a bada per tante ore al giorno i ragazzi dai 10 ai 18 anni di età ed un ufficio il quale rilascia alla fine del corso dei diplomi stampati. Scolari svogliati, genitori irritati di dover pagare le tasse, insegnanti malcontenti; ecco il quadro della scuola secondaria d’oggi in Italia. Non dico che la colpa di tutto ciò siano gli orari lunghi; ma certo gli orari lunghi sono l’esponente e nello stesso tempo un’aggravante di tutta una falsa concezione della missione della scuola media’.
    In conclusione, una domanda … sorge spontanea: si può veramente pensare che la scuola italiana possa funzionare senza il lavoro di questi 150.000 docenti –ma sono in realtà molti di più (600.000 sostiene LeggiOggi.it in altro articolo)- annualmente assunti (e annualmente licenziati)? Si può veramente pensare che se, all’inizio del prossimo anno scolastico, mancassero questi docenti, le nostre scuole potrebbero aprire? Allora, il punto è questo: se detti docenti sono –come lo sono, si dica quello che si vuole sul loro cattivo ‘assortimento’ e utilizzo- indispensabili e lo stato da decenni fa ricorso ad essi devono essere stabilizzati, ce lo chiede la legge, la giustizia e … la UE!

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