Articolo 18, non passa l’emendamento per mantenerlo dopo un anno di prova della nuova riforma. Mancano ancora molti emendamenti da analizzare e l’esame al disegno di legge del Jobs Act alla Camera dei deputati procede con qualche affanno di troppo.

Il governo, infatti, stavolta ha tentato di mettere alla prova la fedeltà della propria maggioranza, e in particolare delle frange più vicine alla Cgil, guidate da esponenti Pd come Gianni Cuperlo, Pippo Civati e Stefano Fassina.

Così, diversamente da quanto accaduto in Senato, dove il governo ha scelto di blindare il testo della riforma del lavoro con il voto di fiducia, stavolta, alla Camera, si è preferito lasciare il provvedimento compiere il proprio percorso naturale, con la votazione in aula dei singoli emendamenti.


E, come c’era da aspettarsi, non stanno mancando i distinguo, dopo settimane di aspre polemiche tra la maggioranza vicina al premier Renzi e i più ostili alla modifica dello Statutom dei lavoratori.

Così, ieri, nella prima tranche di proposte di modifica che sono arrivate in aula per correggere il Jobs Act, 17 deputati della minoranza Pd guidata da Cuperlo e Civati hanno espresso voto favorevole a un emendamento presentato da Sinistra, Ecologia e Libertà. Al computo totale dell’aula, però, la proposta non è passata, ma il dato politico è rimasto.

L’atto che avrebbe congelato le modifiche all’articolo 18 prevedeva un anno di sperimentazione della nuova disciplina – che il governo introdurrà con tutte le specifiche solo con l’emanazione dei decreti delegati successivi all’approvazione del ddl – per poi ritornare alla copertura dell’articolo 18 per tutti i lavoratori.

In rigoroso ordine alfabetico, ecco l’elenco degli onorevoli che hanno voltato le spalle al governo nella votazione degli emendamenti: Albini, Argentin, Beni, Carra, Cimbro, Civati, Cuperlo, Farina, Fassina, Fossati, Gregori, Iacono, Laforgia, Mogniato, Pollastrini, Scuvera e Terrosi.

Episodi che stanno infastidendo non poco l’esecutivo, il quale starebbe pensando di chiudere la partita ponendo la fiducia sul provvedimento. Si deciderà tutto nelle prossime ore: secondo il cronoprogramma del ministro Boschi, infatti, il testo dovrebbe uscire con l’ok di Montecitorio entro domani. Se questo non accadrà, allora, è facile che torni in auge il voto di fiducia, come confermato proprio dallo stesso Civati, che ha già preigurato una sessione straordinaria della Camera nel weekend per il voto al governo. “Io e altri 30 deputati – ha comunque chiarito l’esponente della sinistra Pd – non voteremo a favore”. Del provvedimento certo, ma, in quel caso, anche della fiducia al governo Renzi.

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