“E’ chiamato a testimoniare il presidente della Repubblica nell’ambito della trattativa Stato-mafia”. Questa frase, che sembra quasi tratta da un film americano, non è così lontana dalla realtà che, tra poche ore, la Procura di Palermo, Giorgio Napolitano e l’Italia intera si troveranno a vivere.

E’ fissata per oggi alle 10, infatti, l’udienza che vedrà per la prima volta un Capo dello Stato rendere testimonianza su un argomento scottante come la supposta trattativa tra pezzi dello Stato e i vertici della mafia siciliana, uno dei processi più controversi e delicati degli ultimi anni, se non dell’intera Seconda Repubblica.

Sono state definite nelle ultime ore da parte dei pubblici ministeri palermitani le domande a cui il presidente della Repubblica, alla veneranda età di 89 anni, sarà sottoposto, come persona informata sui fatti.

A interrogare Napolitano in una stanza del Quirinale, senza pubblico né giornalisti, saranno il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e il sostituto Nino Di Matteo, coadiuvati – ma senza possibilità di intervenire per ulteriori domande – dai pm Roberto Tartaglia, Francesco Del bene e dal capo ad interim della Procura Leonardo Agueci.

Perché Napolitano

Tutto nasce dalla lettera che l’ex consigliere del Colle Loris D’Ambrosio inviava allo stesso Napolitano il 18 giugno 2012, dove confessava al presidente della Repubblica di aver svolto una funzione da “utile scriba” per accordi ritenuti “indicibili” negli anni che vanno dal 1989 al 1993, quando, cioè, si sospetta che apparati dello Stato abbiano stretto accordi con Cosa Nostra per chiudere la guerra a colpi di inchieste dei magistrati Falcone e Borsellino, a cui la criminalità organizzata replicava con attentati a ripetizione, che portarono anche alla duplice morte dei due giudici paladini dell’antimafia e a diversi ordigni piazzati nelle principali città italiane.

Ad avvalorare la tesi della trattativa, le informative che i servizi segreti intercettarono all’epoca delle ritorsioni di Cosa Nostra, con possibili attentati in preparazione nei confronti di Giovanni Spadolini – allora presidente del Senato – e lo stesso Napolitano, nelle vesti di presidente della Camera.

A fornire ulteriore indicazione sui possibili atti terroristici contro la seconda e la terza carica dello Stato, le bombe messe nelle chiese di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano, due edifici di culto che recano proprio i nomi di battesimo dei due possibili bersagli illustri in Parlamento.

Mentre a Totò Riina e Leoloca Bagarella è stato negato di poter assistere all’interrogatorio di Napolitano, l’avvocato dell ex boss di Cosa nostra, Cianferoni, potrà rivolgere domande, secondo il via libera della Corte d’assise in materia.


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  1. La lettera che l’ex consigliere del Colle Loris D’Ambrosio inviava al Napolitano il 18 giugno 2012, dove scriveva di accordi indicibili, ha un peso enorme. Se il Presidente non ha chiesto spiegazioni significa, a mio parere, che la spiegazione già la conosceva. Vorrei sapere cosa sull’argomento, pensa Pierferdinando Casini.

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