Jobs Act, doppio esame alla Camera dei deputati. Dopo la sfida a distanza Camusso-Renzi, si apre il nuovo round sulla riforma del Lavoro che si appresta a entrare in aula alla Camera, dopo le fibrillazioni al Senato. Nel frattempo, anche la legge di stabilità 2015 è giunta in Parlamento, con i dubbi di Bruxelles ancora irrisolti e le perplessità della Ragioneria di Stato.

Ottenuta una maggioranza risicata, con qualche illustre defezione a palazzo Madama, infatti, il pacchetto Poletti arriva al Montecitorio carico di tensioni, raccolte all’interno del Pd, con la minoranza vicina alla linea intransigente della Cgil.

Dopo lo scorso weekend, infatti, le due anime del Partito democratico sono sempre più separate. Da una parte, Renzi, i suoi fedelissimi e la maggioranza di onorevoli e senatori, pronti a votare sì alla riforma del lavoro – così come sullo Sblocca Italia. Dall’altra, la minoranza sempre più critica e battagliera, guidata da Gianni Cuperlo, Stefano Fassina e, tra gli altri, Pippo Civati.

Salvo modifiche, infatti, il manipolo di esponenti illustri non voterà la fiducia al governo sia nel Jobs Act che nello Sblocca Italia, mettendo per la prima volta in serissima difficoltà il premier Renzi dal giorno del suo insediamento a palazzo Chigi.

La manifestazione del sindacato guidato da Susanna Camusso che ha chiamato a Roma, in piazza San Giovanni, centinaia di migliaia di persone, tra cui anche qualche esponente del Pd, ha infatti scoperto le carte sulla partita Jobs Act. O il governo mette per iscritto l’inviolabilità dell’articolo 18, oppure un pezzo del Pd voterà no, anche nel caso – molto probabile – in cui l’esecutivo decida di porre la fiducia sul provvedimento.

Dal canto suo, Renzi ha ribattuto alla segretaria dal palco della Leopolda, la manifestazione che contraddistingue il suo percorso politico, quest’anno più affollata che mai, dopo la conquista del governo dall’ex sindaco rottamatore. In aggiunta, ospite Otto e mezzo il presidente del Consiglio ha ribadito che la porta per le trattative con il sindacato è chiusa. Non è prerogativa del governo trattare con le organizzazioni sindacali, ha infatti sostenuto il premier, smorzando le eventuali speranze di revisione del Jobs Act.

Nei prossimi giorni, si toglierà il velo da questa guerra di posizione: con ogni probabilità, alla Camera un ritocco al Jobs Act ci sarà, così da rendere obbligato un altro passaggio al Senato, rinviando di qualche settimana l’approvazione definitiva. In ogni caso, il governo gode di numeri molto ampi alla Camera, per cui il governo in sé non appare a rischio: certamente, però, spaccare il partito di maggioranza relativa su un provvedimento così importante, aprirebbe scenari inediti per la politica italiana.

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3 COMMENTI

  1. si diceva che l’art 18 era solo un totem. allora perchè si sta conducendo una battaglia cosi aspra.

  2. Progresso? Guardi che si sbaglia, dalla fine del comunismo dell’est Europa non c’è stato alcun progresso, anzi, i lavoratori stanno tornando un po’ alla volta a condizioni lavorative da primi del 900. Che sia colpa proprio della fine dello spauracchio rosso?

  3. La sinistra, dopo avere prodotto un direttore dell’Avanti che ,socialista, in nome del popolo è diventato Mussolini, continua tranquilla a distruggere l’Italia.
    Non ancora convinti che il social comunismo sia finito qualche decennio or sono, continuano a negare ogni forma di progresso, di libertà di antistatalismo.

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