Cosa succederà se cambia l’articolo 18? Quali saranno le ripercussioni del Jobs Act, mentre la maggioranza discute le eventuali modifiche da apportare al testo?

Si immaginava che il provvedimento di riforma del lavoro non avrebbe avuto vita facile alla Camera dei deputati, dove si annidano le maggiori resistenze al testo emerse già in direzione Pd.

Se al Senato si era registrata qualche defezione sparuta, alla Camera i dissidenti contro il Jobs Act di Renzi sono manifestamente più superiori in quantità, rispetto alla parte analoga di palazzo Madama.

Proprio lì, insomma, dove il governo non rischia di cadere, poiché ha numeri ampi a sufficienza per attutire eventuali franchi tiratori, il Jobs Act ha rischiato di impantanarsi, per arrivare su un binario morto.

Ciò, a seguito delle molteplici e contrapposte spinte da parte di renziani doc e sinistra del Partito democratico, che non intende cedere soprattutto sul fronte dei licenziamenti e dell’articolo 18.

Cosa potrà cambiare

Come illustrato, infatti, il testo licenziato al Senato non prevede espressamente modifiche all’articolo che fa da “paracadute” a eventuali licenziamenti illegittimi, anche se lascia aperta la porta per ulteriori modifiche in sede di decreti legislativi.

La legge delega, infatti, prevede un margine di discrezionalità all’esecutivo, una volta approvata, ma ciò che con insistenza chiede la minoranza con a capo Gianni Cuperlo, è una definizione dei confini entro cui il governo potrà muoversi una volta che emanerà i provvedimenti in attuazione del ddl.

A questo proposito, si chiede più chiarezza nell’articolo 18, in materia di licenziamenti economici, discriminatori e disciplinari. Finora, le indicazioni del governo hanno lasciato intendere che grosse modifiche verranno apportate solo su quelli economici, che saranno esclusi in toto dalla discrezionalità del giudice e vedranno l’indennizzo statale in relazione all’anzianità contributiva.

I discriminatori, poi, non saranno toccati, e questo il premier Renzi e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti lo hanno lasciato intendere a chiare lettere. Restano sul tavolo i licenziamenti disciplinari, il vero ago della bilancia della riforma, su cui si gioca la partita del Jobs Act. Il governo, pur non essendo in vena di concessioni, potrebbe scrivere nel testo obiettivi più specifici sui licenziamenti, accontendando così, almeno in parte, sia la Cgil che i propri oppositori interni.

Vai al testo del Jobs Act

 


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