Si continua a parlare di lavoro e, per adesso, la strada è quella battuta già mesi fa. E’ arrivato, con 24 ore di ritardo, il giorno del Jobs Act in Senato, con la discussione sul ddl che impegnerà il Parlamento nelle prossime settimane. Oggi, il governo ha presentato l’emendamento introducendo la nuova formula di contratto a tutele crescenti.

Ecco il testo della correzione portata in commissione Lavoro a palazzo Madama questa mattina: “Per le nuove assunzioni” viene previsto il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”. A illustrare i contenuti dell’emendamento, il sottosegretario al Lavoro Teresa Bellanova, che ha spiegato gli intendimento dell’esecutivo per apportare la modifica all’impianto contrattualistico alla legislazione occupazionale.

Si tratta di un atto di forza del governo, che proprio ieri, per mezzo del premier Matteo Renzi, ha annunciato la propria inflessibilità sulle politiche del lavoro: o si arriverà a un’approvazione in tempi brevi del Jobs Act, oppure, ha assicurato il presidente del Consiglio in aula, si procederà con un decreto. Ciò a cui punta il governo è fare del contratto a tutele crescenti la forma principale di inserimento verso i rapporti a tempo indeterminato.

L’emendamento presentato questa mattina va a modificare l’articolo 4 del pacchetto sul lavoro, quello che affronta il tema delle categorie contrattuali presenti nel mondo del lavoro.

Il fine pare dunque quello di aumentare la flessibilità in entrata dei lavoratori, per assicurare maggiori tutele al progredire del rapporto di lavoro.

I sindacati sono molto timorosi che il governo possa minare quel che resta dell’articolo 18 dei lavoratori, dopo le innovazioni approvate nella riforma Fornero del 2012, che ha allargato le possibilità di ricorrere ai licenziamenti. Del rsto, il governo non ha nascosto di voler “individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali”. In pratica, una decisa rifondazione della normativa ocntrattualistica.

A corredo dell’emendamento, dovrebbe arrivare il programma di ridefinizione degli ammortizzatori sociali connessi al contratto di lavoro stipulato tra dipendente e azienda. Si comincerà, insomma, con una forma molto leggera di contrattualizzazione, con le tutele e le garanzie ridotte al minimo ai neo-assunti, per poi passare, via via che il rapporto si prolungherà a una forma più stabile e con adeguate protezioni in fatto di welfare.

Vai al testo del Jobs Act

 

JOBS ACT (D.L. 20 marzo 2014, n. 34)

JOBS ACT (D.L. 20 marzo 2014, n. 34)

Rocchina Staiano, 2014, Fisco e Tasse

La ratio della presente opera è quella di analizzare le modifiche che il d.l. 20 marzo 2014, n. 34 - c.d. Jobs Act - recante “Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese” - apporta...




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3 COMMENTI

  1. Ma per quelli come me che da 15 anni lavorano a t.d. e che hanno l’assunzione a tempo indeterminato il 31 marzo 2015 sempre con la stessa azienda cosa succederà???

  2. … e contro la forza nulla può la ragione! Le tante ragioni che dovrebbero far riflettere sulla decisione del governo di smantellare statuto dei lavoratori (STATUTO, non si dimentichi) e art. 18, nulla possono contro le ‘ragioni’ di un potere bieco e dispotico che si nutre di menzogne e mistificazioni, diffuse sapientemente a larghe mani. A partire dalla furbesca favoletta che l’intento -nobile- è quello di eliminare ‘l’ingiustizia’ tra lavoratori di serie A e di serie B (portando tutti i lavoratori in serie B)! Mala fede, dabbenaggine, ignoranza, disinformazione? Poco conta quando il dialogo è tra sordi e la partita si gioca con qualcuno che ‘triche’ con le carte che ha in mano, come quando si sente ad es. dire (qualche sera fà sulla 7, da Ichino, che di ‘ragioni’ a dir poco indimostrate ed opinabili sulla questione lavoro ne ha già raccontate tante), in risposta all’obbiezione che è un giudice imparziale che sancisce l’ingiustizia di un licenziamento, che quel giudice non ne sa niente di impresa e per questo non può interferire colla gestione dell’azienda: mi si consenta l’irriverenza, ma anche uno studentello del primo anno di giurisprudenza sa che il giudice non ha il potere di sindacare nel merito le decisioni di quella gestione (scelte economiche, strategie, crisi, ristrutturazione, ecc.), ma deve limitarsi solo a verificare l’effettiva sussistenza delle asserite (da parte del datore che licenzia) condizioni di legge!

  3. Verso il nuovo statuto dei lavori “Liberare il lavoro per liberare i lavori”.
    Viviamo in un momento storico caratterizzato dall’incertezza e della discontinuità. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica. Confronto di discussione, che servirà a formulare ipotesi condivise di riforma del settore, mirando alla ripresa e a “produrre lavori di qualità”, non dimenticando mai l’obbiettivo primario quella che io chiamo “antropologia positiva” che vuol dire innanzitutto avere fiducia nella persona e nelle sue proiezioni relazionali, dalla famiglia alle imprese ai corpi intermedi, e nella sua attitudine a potenziare l’autonomia capacità dell’altro. L’esatto opposto di quell’antropologia non evoluta delle Organizzazioni Sindacali e, quindi, sulla malafidenza verso le persone che non la pensano come loro. Ereditiamo da loro uno stato pesante e invasivo che conosciamo e che vogliamo cambiare. La prima è quella relativa alla promozione del valore, anche economico, della vita dal concepimento alla morte naturale. Il riconoscimento, anche enpirico, della ricchezza e dell’unicità della persona consente di individuarne l’attitudine alla socialità. E ciò conduce ad assegnare alla famiglia e a tutti i corpi intermedi il giusto rilievo per la coesione della società. Ciò comporta la realizzazione diffusa della pratica del principio di sussidiarietà secondo il quale lo Stato, le amministrazioni pubbliche centrali e locali, operano per sollecitare il libero gioco delle aggregazioni sociali. E ancor più nelle nuove condizioni prodotte dalla crisi, la crescita deve essere sostenuta non tanto dalla leva della spesa pubblica quanto dalla vitalità delle persone, delle famiglie, delle imprese, e delle forme associative. Si tratta insomma, di stimolare una sorta di rivoluzione nella tradizione quale risultato di comportamenti istituzionali, politici e sociali coerenti con la visione di “meno Stato, più società”. E’ comunque la collaborazione tra governo e popolo, tra istituzioni e corpi intermedi, la fonte fondamentale dello sviluppo economico e civile del Paese. Liberare il lavoro significa esattamente liberare i lavori. Vale a dire, incoraggiare nelle imprese l’attidudine ad assumere e a produrre lavori di qualità. A cogliere ogni opportunità di crescita, ancorchè incerta. A realizzare attraverso il metodo della sussidiarietà orizzontale e verticale, e quindi il flessibile incontro tra le parti sociali nei luoghi più prossimi ai rapporti di lavoro, le condizioni per more jobs, better jobs. Il mio sogno che si arrivi presto ai fini del passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, è capire l’idea ispiratrice. Vorrei che rivivesse lo Statuto dei lavoratori nella realtà che cambia. Una parte del nuovo Statuto, attinente ai diritti fondamentali della persona e del lavoro, deve restare ferma come norma inderogabile di Legge. UN’altra parte, attraverso la contrattazione collettiva, si adeguerà meglio alle diverse condizioni e situazioni, così da rendere più efficaci quelle tutele. Il vecchio Statuto, che pure quarant’anni fa il nostro Paese la visse come una grande conquista, è stato costruito per un’Italia che oggi non c’è più e per un’ economia fordista, della grande fabbrica e delle produzioni seriali. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica.Quell’accordo rappresenta senza dubbio unam svolta, come a suo tempo avvenne per la scala mobile. Il referendum di giugno 2010, e quello di gennaio 2011, così come quello per l’accordo di S.Valentino del 1985, ha chiesto ai lavoratori di dare il proprio consenso a scelte difficili. E anche questa volta i lavoratori hanno scelto con lungimiranza. E segna una svolta nel metodo più che nei contenuti, che dipendono in larga misura dalle singole realtà aziendali locali. Ma il caso dei due referendum sono innovativi nel metodo e resterà come pietra miliare nelle relazioni industriali. Meno Stato più società. Come diceva il Prof. Marco Biagi, “ non c’è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo regolatorio da norme o da contratti”. Solo i lavoratori e le loro Organizzazioni possono determinare quella produttività che garantisce il ritorno dell’investimento. Insomma, se il Governo restiste, dovrebbe arrivare il tanto atteso Statuto dei lavori (dopo tanti rinvii il condizionale è d’obbligo). Avanti, avanti con le Riforme.
    Celso Vassalini.

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