Trent’anni esatti senza Enrico Berlinguer, l’ultimo grande segretario del Pci prima della Bolognina e della caduta del Muro di Berlino. L’11 giugno 1984 moriva a Padova uno dei leader assoluti della sinistra italiana, un personaggio che ancora oggi torna regolarmente d’attualità, e, addirittura, la cui eredità viene contesa, dopo tre decenni, da più partiti.

Nonostante il quadro politico, oggi, sia radicalmente mutato dalla Prima Repubblica in cui Berlinguer si affermò come dirigente e numero uno del principale partito comunista d’Occidente, infatti, sono frequenti le dispute tra leader e forze politiche che rivendicano di seguirne l’esempio e di incarnarne in maniera più fedele lo spirito e gli ideali.

Nato a Sassari nel 1922, si affacciò al palcoscenico della politica nazionale negli anni della Resistenza, in particolare nei mesi caldi della svolta di Salerno, durante i quali entrò per la prima volta in contatto con Palmiro Togliatti. Nell’arco di pochi anni, riuscì a recarsi in Unione sovietica dove incontrò anche Stalin.

Dopo anni di gavetta nelle batterie del Partito comunista, la sua carriera politica rallentò a causa della scoperta del volto truce del regime sovietico, con l’invasione dell’Ungheria e la repressione in atto nei Paesi dell’est Europa. Incanalando le proprie forze alla valorizzazione della via italiana e antifascista al comunismo, Berlinguer infine entrò in Parlamento nel 1968, in tempo per vivere in prima persona gli Anni di piombo, che accompagnarono la sua parabola da segretario.

Dal suo arrivo alla Camera, Enrico Berlinguer fu uno dei protagonisti indiscussi della scena politica italiana, fino al giorno della sua morte. Abile a mediare tra le varie anime del suo partito – è noto il dualismo con Giorgio Napolitano – riuscì a condurre il partito negli anni più difficili del Dopoguerra, favorì l’avvento di diritti civili rivoluzionari, in primis aborto e divorzio, pur senza cedere alle sirene della via plebiscitaria.

Guida sapiente, la cui integrità è stata riconosciuta unanimemente da tutto l’arco politico – basti ricordare che lo stesso Giorgio Almirante visitò commosso la sua camera ardente – Berlinguer rivelò tutto il proprio profilo da statista portando compatto il Partito comunista dagli strascichi del ’68, fino agli anni della tensione, con il rapimento di Aldo Moro, gli attentati in serie e l’avvento del terrorismo rosso, rifiutando sempre ogni atteggiamento ambiguo o di commistione con le Brigate rosse e gli ambienti simpatizzanti.

Sotto la sua segreteria, verrebbe da dire non a caso, il Pci raggiunse il massimo traguardo del 34,4% dei consensi per la Camera dei deputati alle elezioni politiche del 1976: un risultato che se, da una parte, paralizzò alcune funzioni, con il susseguirsi dei governi di minoranza, o della “non sfiducia”, con l’eventuale appoggio esterno dei comunisti, dall’altra mantenne la sinistra parlamentare fedele al processo di complessa democratizzazione, senza cavalcare l’onda della lotta armata. Esempio tra tutti, proprio il sequestro di Aldo Moro: in quelle drammatiche settimane, infatti, il Pci con Berlinguer fu uno dei principali sponsor della linea della fermezza, escludendo, così, qualsiasi ipotesi di trattativa con i rapitori dell’ex presidente del Consiglio.

La sua azione, dalla fine degli anni ’70, arrivò anche sull’orizzonte comunitario, con una legislatura da parlamentare europeo. Quindi, il 7 giugno 1984, in un comizio a Padova, il malore lo colse di sorpresa, e, nonostante il dolore e l’evidente fatica, volle comunque a portare a termine il proprio discorso. Di lì a pochi giorni, le sue condizioni peggiorarono, fino alla morte avvenuta nell’ospedale della città veneta.

A distanza di trent’anni, è lampante come Berlinguer rimanga una delle figure politiche più vive e tutt’oggi pregne di significato del Novecento italiano. La strenua lotta per i diritti civili, per il lavoro, per un’esistenza dignitosa – ricordiamo la marcia dei quarantamila, a fianco degli operai licenziati dalla Fiat – è un aspetto fondamentale, ma non esaustivo del suo operato politico.

Alcune battaglie, soprattutto tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, suonano ancora oggi profetiche: primo leader a porre ufficialmente la questione morale come male endemico del Paese, non esitò a denunciare la corruzione come causa principale dell’ingiustizia sociale e freno al processo di sviluppo economico e istituzionale. Oggi, a oltre vent’anni da Tangentopoli, a pochi giorni dagli scandali Expo e Mose, alcuni dei suoi moniti risuonano incredibilmente attuali.

“La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del Paese e la tenuta del regime democratico.”

 Ecco il video dell’ultimo comizio di Enrico Berlinguer

 


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1 COOMENTO

  1. L’eredità di Berlinguer sono solo macerie. La sua “questione morale” ha portato al potere i sindacati dei diritti e non dei doveri. Basti guardare la giurisprudenza sullo Statuto dei Lavoratori ed il macello delle concertazioni.
    Come tutti i comunisti, ha agitato sì la questione morale, ma degli altri.
    Berlinguer è il padre della Cassa Integrazione Guadagni e difatti osteggiò i quarantamila e la loro marcia Fiat del 1980.
    E’ Berlinguer uno dei padri dell’attuale crisi economica.
    Lasciamolo riposare al cimitero e portiamo la nostra nostalgia alle lezioni di Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni.

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