Molti esponenti del Governo, in questi giorni in particolare il sottosegretario Rughetti, si stanno sperticando nell’affermare che grazie alla riforma delle province si stanno ottenendo i primi risparmi.

Si tratta, tuttavia, di un’affermazione non corrispondente in alcun modo alla realtà. Intanto, è bene precisare che nessun risparmio è conseguenza diretta della legge di riforma, la legge-Delrio 56/2014, che non contiene alcuna norma finanziaria.

L’unica attuale fonte di revisione della finanza delle province è il d.l. 66/2014, quello del bonus da 80 euro. Ma, non è per nulla frutto diretto della riforma delle province; semmai, applicazione indiretta e poco fedele di alcune delle conclusioni della spending review di Cottarelli, caratterizzata da una notevole sommarietà delle valutazioni e frettolosità nelle scelte. Comunque, sta di fatto che coinvolti nei “tagli” alla spesa sono Stato, regioni, province e comuni, non solo le province. Vero è, comunque, che a queste si chiede un taglio assolutamente spropositato, rispetto a quanto previsto per le altre amministrazioni.

Il Sole24Ore del 14 maggio informa che il Ministro dell’economia Padoan si è impegnato ad istituire l’immancabile “tavolo” di confronto con l’Anci, che per voce del suo presidente Fassino, sindaco di Torino, ritiene “insostenibili” i tagli previsti dal decreto-80 euro ai comuni. Si tratta di un taglio alla spesa corrente, prevalentemente per contratti di acquisizione di beni e servizi, di 360 milioni nel 2014, su un totale di spesa erogata a questo titolo dai comuni di 28,4 miliardi: l’1,27%.

Il taglio richiesto alle province è, invece, di 340 milioni, su una spesa di 3,3 miliardi, cioè il 10,30%, in proporzione dieci volte di più di quanto chiesto ai comuni, che urlano all’insostenibilità. Quegli stessi comuni che su un volume di entrate di circa 70 miliardi, hanno urlato ancor di più per non accollarsi il taglio dell’Imu sulla prima casa, pari a 4 miliardi, il 5,7% delle entrate e delle spese, meno della spesa totale che i comuni (dati Istat 2011) hanno sostenuto per contributi a sagre e festini.

L’intervento del Governo, come dimostrano i numeri, è dunque del tutto falsato e assolutamente non ispirato a qualsiasi criterio di logica e proporzionalità delle attività.

Nella realtà, il d.l. 66/2014 non opera alcuna misura di risparmio simmetrica o conseguente alla riforma delle province: compie, invece, tagli forfettari, se non proprio i classici tagli “lineari”, tante volte rimproverati a Tremonti, ma sempre presenti nel modus operandi dei governi.

Le dichiarazioni dei componenti del Governo in questi giorni vorrebbero dimostrare la simmetria tra riforma delle province e riduzione dei costi della politica connessi a questi enti. Ma anche questo è un clamoroso falso. Il d.l. 66/2014 impone una riduzione della spesa per gettoni di presenza e indennità degli amministratori provinciali che non risponde per nulla a criteri di risparmio, ma solo a tagli forfettari, per due ragioni:

a)                           si prevede una minore spesa di 100 milioni; ma la Corte dei conti, nelle sue relazioni al Parlamento, aveva dimostrato che la spesa sostenuta nel 2012 dalle province per questo titolo era di 89 milioni, escludendo dal computo 16 milioni di rimborsi spese, perché questa dovrà comunque essere erogata anche ai sindaci e consiglieri comunali che andranno a comporre i nuovi organi riformati dalla legge Delrio; inoltre, i dati Siope relativi al 2013 indicano che la spesa per “la politica” delle province è stata di 78 milioni. Dunque, il Governo ha indicato una cifra inventata, forfettaria, che non si basa, come avrebbe dovuto, sulla ricognizione dell’effettiva spesa e il suo azzeramento, bensì nella determinazione di una cifra tonda, superiore alla spesa concretamente gestita. Il che la dice lunghissima su come siano stati condotti i lavori della spending review;

b)                          il taglio dei 100 milioni, forfettario e scollegato dalla realtà, opera per tutto il 2014, nonostante fino a giugno assessori e consiglieri mantengano il diritto a percepire gettoni e indennità: dunque, non solo è un taglio sconnesso dalla realtà delle cifre, ma anche dalla logica dei dodicesimi.

Come si dimostra, dunque, il d.l. 66/2014 non ha nessuna correlazione né logica, né economica, né finanziaria, tra tagli alle province e loro riforma.

Il che lascia presagire qualcosa di molto peggiore. La forfetizzazione dei tagli alle province, prelude, evidentemente, ad un modo di procedere caratterizzato da approssimazione ed estrema sommarietà quando si dovrà davvero mettere mani alla riforma e passare le funzioni provinciali a regioni e comuni. Se i conti per stimare i costi e le entrate delle funzioni saranno realizzati secondo le modalità da “amici al bar” viste prima, facilmente ai comuni passeranno funzioni non sorrette da adeguate risorse finanziarie (e anche umane). A quel punto, i comuni, che come si vede strepitano per sacrifici loro richiesti infinitamente inferiori a quelli imposti alle province, cominceranno a strepitare per avere maggiori risorse ed ottenere incremento del gettito fiscale. La manovra di riforma delle province, dunque, oltre a creare il caos organizzativo che già si è manifestato in Sicilia e che a breve contagerà il resto dell’Italia, si concretizzerà in un gigantesco aumento delle tasse, cui corrisponderà una riduzione dell’efficienza.

 


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2 COMMENTI

  1. Che la Costituzione abbia mai previsto l’abolizione delle province è un dato di pura fantasia. La Costituzione ha da sempre previsto le province, come del resto confermato dal suo articolo 5, ai sensi del quale la Repubblica “riconosce” le autonomie territoriali, in quanto ad essa preesistenti.
    Si tratta di letture delle norme influenzate da un dibattito pubblico improntato alla totale assenza di rigore nell’esame delle norme e solo al populismo.
    Le città metropolitane sono impostate per essere esattamente una copia delle province che si modificano, nè il concetto di “area vasta” indicato dalla legge Delrio abbraccia pluralità di province (come Firenze, Prato o Pistoia), limitandosi a ricalcare esattamente i confini provinciali.
    La legge Delrio ha contenuti completamente diversi da quelli che sono stati indicati e, soprattutto, non consegue nessuno degli obiettivi di razionalizzazione e di risparmio paventati. Questi sono gli unici dati di fatto.

  2. Che ci sia stata una certa approssimazione nei dati sui risparmi, almeno nella fase iniziale, è cosa nota. Tuttavia che lo Stato possa operare con tre livelli locali (Regioni, Provincie e Comuni), era ormai cosa superata nei fatti ed anacronistica, soprattutto considerando che sono necessarie le Aree Metropolitane per gestire correttamente i servizi su aree vaste che superano le attuali provincie (è il caso di Firenze, Prato, Pistoia, ma anche di altre importanti città vicine fra loro.
    Il decreto Del Rio ha voluto bloccare la rielezione di altri consigli provinciali che oltre ai costi delle elezioni avrebbero bloccato l’intervento su questo punto della riforma dell’amministrazione pubblica. Vediamo se con interventi organizzativi seri si riuscirà a dare un assetto più moderno all’Italia. Teniamo conto che l’abolizione delle provincie e la nascita delle Regioni era già prevista in costituzione, ma il duplicato è stato mantenuto per troppo tempo anche perché nessuno vuole prendere decisioni che a prima vista possono sembrare impopolari.

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