Il decreto lavoro è legge. Con l’approvazione finale alla Camera dei deputati, arrivata in ora di pranzo in un’assemblea semideserta,il primo pilastro del Jobs Act di Matteo Renzi è stato piantato, malgrado le resistenze del Parlamento e le aspre polemiche su alcuni nodi del testo. L’esito della votazione ha visto tramutare in legge il decreto con 279 sì,143 no e 3 astenuti.

Nei tre passaggi parlamentari il decreto oggi convertito in legge ha portato il governo a chiedere per ogni volta il voto di fiducia, concedendo il bis alla Camera. Ieri sera, sulla questione di fiducia posta dall’esecutivo, su 492 presenti, 333 rappresentanti hanno detto sì, mentre la contrarietà è arrivata da 159 deputati.

Il ministro del Lavoro Poletti e il presidente del Consiglio Renzi hanno deciso di continuare con i voti di fiducia per arrivare a un’approvazione rapida del provvedimento, in scadenza all’inizio della prossima settimana.

Gli oltre 200 emendamenti presentati dalle opposizioni, in particolare dal MoVimento 5 Stelle, infatti, se discussi in aula, avrebbero messo in serio pericolo sia a conversione del testo nei tempi previsti dalla legge, che il profilo disegnato dal governo sulla nuova legge.

Le uniche modifiche di peso rispetto al testo pubblicato in Gazzetta ufficiale al momento della presentazione del decreto, riguardano alcuni tra gli aspetti più delicati, come il rinnovo dei contratti a termine.

Quello dei rapporti a tempo determinato, è, infatti, il nucleo centrale della nuova legge del Jobs Act e ha visto ridisegnate alcune delle sue prerogative in sede di discussione preliminare.

Nello specifico, il limite di una proroga nei tre anni è stato portato a cinque. Un’altra novità rilevante è indubbiamente quella della non causalità per qualunque tipo di contratto acceso nell’arco dei tre anni, rispetto ai 12 mesi della legge varata dal governo di Mario Monti.

Molteplici le chiavi di lettura del decreto, tra tutte quella del senatore giuslavorista Pietro Ichino che ha salutato la nuova legge osservando “ha conservato la parte essenziale del suo contenuto originario: una svolta molto rilevante nell’evoluzione della disciplina del contratto a termine”.

Di diverso avviso, invece, sia le opposizioni in Parlamento che alcune associazioni di professionisti, che lamentano la mancanza cronica di interventi strutturali a discapito delle categorie più esposte, che i decreti nell’arco del tempo hanno cercato di aiutare con agevolazioni e aiuti.

Nei prossimi mesi, si scoprirà la reale portata del primo atto del Jobs Act di Renzi. L’impressione è che, soprattutto nei riguardi dei giovani e dei disoccupati, l’atteggiamento ricalchi molto quello dei governi precedenti, introducendo qualche correttivo, ma senza dare quel giro di vite necessario a riportare le percentuali della popolazione inattiva a quote più tollerabili. Secondo i dati Istat aggiornati al mese di marzo 2014, infatti, il tasso di disoccupazione nazionale è ancora stabile al 12,7%, con la proporzione spaventosa dei 4 giovani su 10 senza lavoro, con alcune regioni del sud oltre il 50%.

L’auspicio, è quello che il Jobs Act, insieme al programma Garanzia Giovani in partenza in questi giorni, e rivolto ai cittadini entro i 29 anni, si riesca finalmente a coinvolgere nei processi produttivi quella fetta di popolazione che avrebbe più energie da dare, e attualmente rimane inattiva. Ma l’impressione è che, anche stavolta, si sia cercato di mettere una pezza.

Vai al testo finale del Jobs Act

 

JOBS ACT (D.L. 20 marzo 2014, n. 34)

JOBS ACT (D.L. 20 marzo 2014, n. 34)

Rocchina Staiano, 2014, Fisco e Tasse

La ratio della presente opera è quella di analizzare le modifiche che il d.l. 20 marzo 2014, n. 34 - c.d. Jobs Act - recante “Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per...




2 COMMENTI

  1. Con la cedibilità delle ferie e i contratti di solidarietà si spingono i lavoratori ad aiutarsi tra di loro, rendendo più facile ai padroni lasciarli nelle peste. Predicando il sacrificio si forma un esercito di kamikaze

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