Da 20 anni a questa parte aleggia, nell’ordinamento italiano, un problema, dovuto alle riforme di inizio anni ’90. Sulla scorta di un orientamento giurisprudenziale e dottrinale sempre più forte, una lettura costituzionalmente orientata ed obbligata del rapporto tra politica e dirigenza suggerì di separarne le funzioni.

Con la legge 142/1990, prima, e col d.lgs 29/1993, poi, si portò a compimento questo disegno, che sottrasse agli organi di governo il potere di gestione diretta, dunque adozione di provvedimenti gestionali minuti e di risorse umane, finanziarie e di controllo, per assegnarli alla dirigenza, vincolata, ovviamente, ad applicare tali competenze dai programmi politici e a rispondere dei risultati ottenuti sul piano tecnico ad organismi di valutazione.

Questa riforma, doverosa, non è mai andata del tutto giù alla politica, che si è sentita, da un lato, espropriata di una funzione (per l’assessore comunale decidere direttamente se coprire o no la buca sull’asfalto della strada implica immediato riscontro del consenso), dall’altro esposta ai “freni” della “burocrazia”. Infatti, la dirigenza nell’attuare i programmi politici non può che obbedire alle regole normative, finanziarie, manageriali che stanno alla base delle scelte; spesso, dunque, scantonando non tanto dai punti di arrivo immaginati dagli organi politici, quanto dai percorsi, dai tempi e, non poche volte, rispetto ai beneficiari.

Da 20 anni a questa parte, allora, torna puntuale lo stesso refrain: bisogna riformare la dirigenza e la burocrazia. Protagonisti sostanzialmente gli stessi soggetti: in particolare il centro-sinistra nella cangiante veste dei tanti nomi del partito oggi conosciuto come Partito Democratico, ed una serie di consulenti, sempre gli stessi, in particolare del mondo della Bocconi, in ogni caso lestissimi a collaborare anche col centro-destra, quando per iniziativa del Ministro Brunetta anche quello schieramento politico intese mettere mano alla questione, anche per correggere le storture che tra il 1993 e il 2009 si erano prodotte.

La questione dolente è “la stabilità” della dirigenza. La normativa richiede che i dirigenti, allo scopo di attuare in maniera tecnicamente corretta le direttive politiche, debbano poter agire con autonomia. Non possono ovviamente decidere gli obiettivi, né permettersi di non coglierli, ma il “come” e con quali mezzi è esattamente la loro funzione gestionale.

A questo scopo, occorre che la dirigenza non sia “fiduciaria” o, comunque, debitrice del proprio ruolo alle dinamiche politiche ed elettorali, perché verrebbe da un lato compromessa l’autonomia, sì da rendere la dirigenza succuba dei partiti e, dunque, potenzialmente incline a scelte appunto “di parte” e non nell’interesse della Nazione, come prevede l’articolo 98 della Costituzione. In secondo luogo, verrebbe a mancare quella necessaria continuità amministrativa, un filo conduttore coerente, che assicuri l’attuazione delle politiche, spesso pluriennali, anche nella dinamica dell’alternanza delle forze politiche di volta in volta al governo.

Queste considerazioni sono espresse in maniera chiarissima dalla Corte costituzionale, in particolare nella giurisprudenza consolidatasi a partire dalla sentenza 103/2007.

Ma, nonostante il tempo passato e la chiarissima giurisprudenza della Consulta, siamo giunti alla resa dei conti.

E’ manifesto a tutti che l’attuale Governo pretenda una dirigenza “consonante”, privata della garanzia dell’autonomia, condizionata dal termine alla durata del rapporto di lavoro e dalla libera reperibilità dei dirigenti da un “albo”, secondo il deleterio schema regolatore dello status dei segretari comunali.

Lo hanno spiegato nei giorni scorsi sulle pagine del Sole 24Ore Ruffini, Tabellini e Valotti, nomi da sempre ricorrenti tra i consulenti delle varie riforme dirigenziali, protagonisti, sempre, della teoria secondo la quale la politica, perso il governo diretto sugli atti, deve poter contare sul “governo degli uomini”, disponendo ad nutum del potere di nominare e incaricare i dirigenti.

Sul Messaggero del 28 marzo, le idee degli autori citati, che evidentemente hanno scritto sul Sole in base ad un rinnovato rapporto di collaborazione col Governo anticipando le linee della riforma, queste indicazioni trovano conferma.

L’idea è uno spoil system spinto fino all’inverosimile: per i dirigenti neo assunti, solo contratti a termine di tre anni; per la dirigenza di ruolo, la scelta fiduciaria nell’ambito di un albo, che a quanto si capisce, però, sarà aperto a chiunque, perché si vogliono eliminare i limiti percentuali all’assunzione di dirigenti esterni.

Esattamente le scelte che non si debbono nemmeno pensare se si vuole un’amministrazione efficiente, non di parte, utile ai cittadini.

Scelte, invece, del tutto coerenti con l’intento di creare un sistema autoreferenziale e chiuso, funzionale esclusivamente alla conservazione del potere conseguito da una certa parte politica.

Il modello di dirigente non sarà tanto la persona reclutata in modo imparziale sulla base di concorsi e prove selettive impegnative e severe. Sembra che si punti a modelli come l’attuale dirigente del settore cultura di Firenze, assunta a tempo determinato come dirigente, senza avere la qualifica dirigenziale, essendo un funzionario direttivo; ella, tuttavia, secondo notizie pubblicate da tutti i giornali, ha partecipato attivamente alla raccolta di fondi della fondazione dell’attuale premier, è stata capo della sua segreteria ed assessore.

Una commistione evidentissima tra politica e funzione amministrativa dirigenziale, acquisita per cooptazione, che certamente non dà esattamente l’idea dell’autonomia richiesta in capo ai dirigenti pubblici dalla legge e dalla Consulta.

Il modello di riforma che si intende proporre, constatando comportamenti e fatti posti in essere da chi la propone, non ha nulla di “bocconiano” o “manageriale”. E’ esattamente il chiavistello per avere un modello di dirigenza politicizzata, che mediante “porte girevoli” entri ed esca da incarichi politici e funzionali, impegnandosi direttamente nel procacciamento di consensi politici.

Stando così le cose, sarebbe da rivalutare l’operato dell’on. De Girolamo, che apparirebbe un ottimo Ministro della Funzione Pubblica, col suo operato di pieno controllo nell’Asl di Benevento. Da vera politica capace di “governare gli uomini” ottenne, da parte del direttore generale l’epico “autodafé”: “Nunzia io non resterei un secondo di più qui alla Asl, se non per te e con te, perché la nomina l’ho chiesta a te, tu me l’hai data ed è giusto che ci sia un riscontro”.

Tre sono i modelli di dirigenza pubblica che alla prova dei fatti si sono dimostrati costosi, dannosi e deleteri: i direttori generali, amministrativi e sanitari delle Usl; i segretari comunali; i direttori generali dei comuni. Le Usl, come è noto, sono la concentrazione tra le più spaventose di debito pubblico e mala amministrazione sotto tantissimi aspetti spesso, troppo spesso, anche penali, entro uno spettro vastissimo di reati. I comuni, da 20 anni sotto la guida di segretari comunali oppressi dal giogo dello spoil system e da direttori generali esterni esattamente modellati sulla dirigenza politicizzata vista prima, hanno accumulato a loro volta un debito spaventoso di 47 miliardi, hanno incrementato la loro pressione fiscale del 50% in 10 anni, in tantissime situazioni sono in disperate condizioni di dissesto, come Alessandria, Roma, Palermo, Napoli, Catania, Torino e Reggio Calabria, tornata alle cronache per la sentenza di condanna dell’ex sindaco, attuale presidente della regione Calabria, causata, anche, dalla situazione finanziaria semplicemente spaventosa di quel comune.

Probabilmente, occorre una norma che accompagni la riforma della dirigenza che si intende attuare. Eliminare, all’atto dell’assunzione o dell’assegnazione degli incarichi, la formula del giuramento alla Nazione. Per introdurre la più credibile e concreta formula sacrale, inventata genialmente dal direttore generale dell’Asl di Benevento: “La nomina l’ho chiesta a te, tu me l’hai data ed è giusto che ci sia un riscontro”.

 

 


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