Sono già passati settant’anni dalla strage delle Fosse Ardeatine, e solo pochi mesi dalla scomparsa di Erich Priebke. Il 24 marzo 1944, a Roma, venne compiuto uno dei massacri più violenti, atroci e criminali non solo della Seconda Guerra Mondiale, ma di tutto il Novecento in Italia. Un evento talmente deliberato e sanguinario in cui, spesso, la commemorazione dei defunti o le polemiche politiche hanno preso il sopravvento sull’inquadramento storico, ignoto nel suo svolgersi soprattutto alle nuove generazioni.

Da sempre, infatti, sentiamo rimandare alle Fosse Ardeatine come a un simbolo dell’assurdità della guerra, come a una delle affermazioni del male nella sua natura, che non si arresta neppure di fronte ai deboli e agli indifesi, anzi si scaglia proprio contro di loro, ma senza conoscere a fondo la successione degli eventi che portarono a quel tragico epilogo. Furono 335 i morti nella strage delle Fosse Ardeatine: oggi tutti li ricordano, ma pochi, soprattutto tra i più giovani, sanno bene il perché.

Perché “le Fosse Ardeatine”? A Roma, nelle vicinanze di via Ardeatina, queste buche divennero settant’anni fa il teatro dell’esecuzione da parte dei generali nazisti dei 335 cittadini italiani, alcuni civili, altri militari. Un evento che ha reso quest’area uno dei monumenti nazionali, simbolo della Resistenza in Italia e soprattutto nella Capitale.

Dopo l’8 settembre 1943, infatti, l’Italia era nel pieno della guerra civile e Roma, dichiarata città aperta nell’agosto dello stesso anno, era in balia dei raid nazisti, con i gruppi spontanei di partigiani a creare un’opposizione via via sempre più diffusa e organizzata al calcagno tedesco. Dallo sgombero del ghetto ebraico in avanti, tra persecuzioni e rastrellamenti sommari, anche la Città eterna fu teatro della tragedia nazionale che anticipò la Liberazione, pagando il suo vasto tributo di sangue.

Cosa accadde prima della strage? Per contrastare questa crescente ondata di terrore da parte delle truppe naziste, allora, i nascenti gruppi partigiani si organizzarono per una rappresaglia il 23 marzo del 1944, cioè il venticinquesimo anniversario della nascita dei Fasci di combattimento da parte di Benito Mussolini. Così, nella data stabilita, una bomba con 18 chilogrammi di esplosivo brillò in via Rasella, nel centro di Roma, uccidendo ben 32 ufficiali tedeschi – del battaglione “Bozen” – sotto indicazione del noto antifascista Giorgio Amendola, abituato a vedere marciare i militari nazisti in quelle zone.

Quale fu la reazione dei tedeschi? Con le truppe ancora in controllo della città, i nazisti organizzarono una ritorsione inaudita, uno dei crimini di guerra più efferati mai registrati in Europa: i marescialli hitleriani arrivarono alla conclusione che per ogni ufficiale rimasto vittima dell’attentato, sarebbero stati uccisi dieci italiani. La popolazione e i gruppi combattenti vennero tenuti all’oscuro fino all’ultimo: non fu intimato ai responsabili di consegnarsi per evitare azioni eclatanti, né vennero diramati avvertimenti pubblici.

Chi prese la decisione dell’eccidio? L’ordine partì per l’esecuzione partì dal generale Kurt Mälzer, comandante militare in quel periodo a Roma e primo ad arrivare sul posto dopo lo scoppio della bomba partigiana, insieme al questore filofascista Caruso. A occuparsi delle operazioni, venne chiamato il colonnello delle SS Herbert Kappler, uno degli ufficiali più spietati, che aveva già legato il proprio nome a episodi cruenti in quei mesi difficili nella Capitale. Furono loro a intavolare le trattative con il Reich, da una parte, e la Repubblica di Salò, dall’altra, trovando il supporto delle autorità fasciste ancora insediate.

Chi furono le vittime della strage? Inizialmente, si pensò di ricorrere ai condannati a morte come vittime di questa strage predeterminata a scopo intimidatorio, dopo l’atto ostile compiuto dai partigiani. Poi, accortisi dell’insufficienza dei numeri tra coloro in attesa di pena capitale, la lista arrivò presto a comprendere ebrei, antifascisti, “noti comunisti”, militari complici dell’arresto di Mussolini il 25 luglio del 1943, e 50 detenuti dal carcere di Regina Coeli, alcuni indicati dai fascisti, altri presi sommariamente per far quadrare i conti, più sacerdoti, professori, partigiani, cittadini attenzionati per il loro essere antifascisti.

Come si svolse la strage? Tra le 12 e le 20 del 24 marzo 1944, 335 persone furono trasportate alle gallerie in via Ardeatina e qui fucilate in 67 turni di esecuzioni, una vera e propria carneficina, con i racconti da pelle d’oca, tra montagne di cadaveri e soldati imprecisi a sparare che infieriscono sui corpi delle vittime. La lista delle vittime venne affidata al capitano Priebke, il quale si occupò personalmente di verificare che gli ordini fossero eseguiti.

Cosa accadde ai responsabili? Kappler e Priebke,a  distanza di anni uno dall’altro, furono condannati all’ergastolo, mentre il generale Albert Kesserling venne condannato all’ergastolo. Priebke è morto pochi mesi fa, a Roma.

Nel corso degli anni, la memoria delle Fosse Ardeatine ha quasi ammantato il reale svolgersi degli eventi dietro alla retorica politica, ma è impossibile svolgere qualsiasi tipo di revisionismo di fronte a eventi così chiari e dimostrati. La strage delle Fosse Ardeatine è stato un crimine di violenza inaudita, realizzato da un regime in decadenza che stava cercando di ribaltare con le atrocità la china di un conflitto che lo vedeva ormai battuto. Solo una scarsa conoscenza dei fatti, o una rilettura fugace e opportunistica, può affermare il contrario. Anche se, negli ultimi anni, di opinioni strambe che hanno trovato cittadinanza in Italia, se ne sono sentite, purtroppo, parecchie.

 

 


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1 COOMENTO

  1. Avevo compiuto 8 anni il giorno prima (sono nata il 23 marzo 1936) e abitavo a Roma in Via Matteo Boiardo 19. La via è parallela di Via Tasso e proprio davanti al nostrro portone c’era un cancello, c’è ancora per chi vuole andare a vedere, all’interno del quale c’era una villetta sede di una delegazione consolare della Terra Santa, anche questa c’è ancora. Era l’ingresso posteriore delle prigioni di Via Tasso.
    Noi allora vedevamo un andirivieni di soldati, ma non immaginavamo nulla di quello che avveniva dentro: mi ricordo che nei periodi di mancanza d’acqua i tedeschi ci permettevano di andare a rifornirci nella fontanella nel loro giardino.
    C’è una bellissima canzone di Giovanna Marini che descrive quel giorno a Roma e il grande silenzio che piombò sulla città.
    Venne la portinaia Lisetta , credo nel primo pomeriggio, a dirci di chiudere tutte le imposte: “I tedeschi hanno detto che spareranno a chi si affaccia”.
    Andammo, mia madre, mio freatello ed io, nell’appartamento della vicina che dava sulla strada.
    Guardavamo trattenedo il respiro attraverso le feritoie delle persiane chiuse: un soldato guardava verso di noi imbracciando il fucile.
    Un camioncino con un telo sopra aspettava vicino al cancello. Comparve una lunga fila di uomini, le mani legate dietro la schiena. Avanzavano lentamete attraverso il giardino e, giunti ai piedi del camioncino, venivano spinti sulla scaletta appoggiata e fatti entrare all’interno. Mi è rimasta negli occhi la figura di un uomo alto, i capelli neri ben pettinati, la camicia bianca: ebbe una lieve esitazione e il milite alle sue spalle lo spinse con il calcio del moschetto.
    Mia madre si ritrasse dalla finestra e noi con lei.
    Solo in seguito abbiamo saputo che quegli uomini venivano portati alle Fosse Ardeatine.
    Io non ho mai visitato le Fosse Ardeatine e solo una volta, ospite di mia zia nella casa di Via Matteo Boiardo, sono entrata nel Museo di Via Tasso. Quel giorno il mio cuore di bambina ha subito una grande violenza, è stato ferito per sempre. Non ho mai dimenticato quei fratelli martiri. Di loro mi colpisce ancora la grande dignità cui avanzavano verso la morte.
    Vorrei sapere se qulcun altro ha ricordi di quel giorno in quella via.
    Marcella Milani da Varese

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