Si attenuano le speranze per i Quota 96. Martedì pomeriggio, mentre il Senato approvava il decreto sulla conferma degli scatti di anzianità per gli stipendi della scuola, la Ragioneria di Stato ha probabilmente messo la parola fine agli auspici dei dimenticati dalla riforma pensioni di Elsa Fornero.

Ma andiamo con ordine. Con l’avvento della legge sulla previdenza, nel 2012, sono cambiati i requisiti per andare in pensione, come milioni di lavoratori sanno bene. Molti di questi, infatti, hanno imparato a loro spese come la modifica sulle caratteristiche per vedersi riconosciuto il diritto all’assegno pensionistico abbia comportato, talvolta, anche dei veri e propri drammi sociali, primo tra tutti, ovviamente, quello delle centinaia di migliaia di esodati. 

Uno degli errori meno conosciuti della professoressa Fornero, riguarda, poi, gli oltre 4mila insegnanti che, per effetto della riforma Fornero, avrebbero maturato i requisiti in tempo, ma con il calendario scolastico, invece di quello dell’anno solare. Come noto, infatti docenti e professori vanno in pensione a decorrere dal primo settembre di ogni anno e non dal primo gennaio come gli altri lavoratori.

Così, nei Quota 96, sostanzialmente, rientrano coloro che, tra età anagrafica e anni di contributi, avessero raggiunto la soglia con 60 o 61 candeline spente e i restanti anni di servizio, cioè il minimo al momento dell’entrata in vigore della legge Fornero. Peccato, però, che da allora la popolazione dei Quota 96 attenda ancora l’emissione del primo assegno.

Per riparare a questa ulteriore svista della riforma delle pensioni, si è cercato di preparare un testo unificato per sanare la situazione di coloro che, al primo gennaio 2012, hanno perso il diritto alla pensione, pur avendone già maturato i requisiti.

Ora, arriva però la Ragioneria di Stato a smorzare gli entusiasmi, specificando che l’opera non potrà essere completata per mancanza di coperture finanziarie adeguate. Nello specifico, consentire a tutti i Quota 96 di accedere alla pensione significherebbe, per le casse pubbliche, sborsare 35 milioni di euro nel 2014, 105 milioni nel 2015, 101 milioni nel 2016, 94 nel 2017 e 82 nel 2018. Tutte risorse che, al momento, non rientrano nelle “economie accertate a consuntivo che possano fare fronte ai maggiori oneri valutati per l’attuazione del progetto”.

Ancora, però, l’ultima parola non è detta: “Mi auguro che il Mef trovi le risorse per sanare questa mancanza e possa cambiare idea sul tema altrimenti gliela farà cambiare il Parlamento». Parola di Francesco Boccia, presidente alla Camera della Commissione Bilancio.

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