Premessa obbligatoria: al giorno d’oggi, 80 euro non sono un contentino, ma una cifra che, per chi guadagna meno di 1500 euro al mese e magari ha uno o due figli a carico, significa una settimana in più con il carrello della spesa pieno. E scusate se è poco.

In verità, dopo le riforme annunciate ieri dal presidente del Consiglio, il condizionale rimane d’obbligo e il beneficio del dubbio, va comunque concesso a dieci milioni di lavoratori che, ormai, non accetteranno più marce indietro. E tutto ciò, per più di una ragione.

Renzi si sta giocando tutto e lo sa bene: qualora la sua cura non dovesse sortire gli effetti promessi, è naturale che la sua popolarità ne subirebbe un danno, a questo punto, irreparabile. A questo proposito, è bene sottolineare che le riforme più chiacchierate, i mille euro in più ai dipendenti e l’incremento della tassa sulle rendite finanziarie, al momento non trovano riscontro in nessuno degli atti – ben otto, tra decreti e ddl – adottati ieri in Consiglio dei ministri. Un punto non da poco, che lascia perplessità, se non sulla realizzazione effettiva della manovra, quantomeno sulla sua scadenza temporale, fissata dal premier al prossimo primo maggio.


Non è neanche questo, però, il vero punto debole del nuovo piano di riforme presentato ieri a palazzo Chigi. In queste ore, tecnici e opposizioni, per ragioni diverse, si accapigliano sulle coperture finanziarie degli interventi promessi ieri dal governo, ma, evidentemente, non è ancora chiaro che Matteo Renzi è un presidente totalmente diverso dal cattedratico Monti o dal timido Letta: questa volta, sforare il 3% del rapporto deficit/Pil non sarà una tragedia (greca).

Eppure, c’è un punto, fino a poco tempo fa bandiera del renzismo e del mantra della rottamazione, che ieri non ha trovato spazio nelle colorate slides proiettate a palazzo Chigi. non più di un anno fa, il sindaco di Firenze rappresentava l’antitesi a un sistema di fare politica, e non si risparmiava nell’attaccare vizi e comportamenti censurabili anche dei compagni di partito. Uno dei suoi slogan, si ricorderà, era “Se vince Renzi”…adesso che non ha vinto, ma è come se lo avesse fatto, visto il ruolo che occupa, dov’è finito il proclama “subito un miliardo di tagli alla politica”? 

Tra Jobs Act, piano casa, programma di ristrutturazione degli edifici scolastici, il premier ha “dimenticato” la riforma che gli avrebbe assicurato le maggiori simpatie dell’elettorato, il quale mugugna per la manovra che ha portato al potere il segretario Pd. Dove sono i tagli alla casta, l’abolizione dei vitalizi, il divieto di cumuli, la mannaia tanto attesa sui benefit?

Con quindici dei venti Consigli regionali finiti sulle prime pagine per le spese pazze dei politici, scandali a ripetizione, i rimborsi chiesti per le motivazioni più assurde – dall’acquisto del libro “Mignottocrazia” di Nicole Minetti, allo scontrino dei bagni pubblici, al Suv di Fiorito, alle mutande di Cota, fino alla ciliegina del vibratore in Alto Adige – un segnale verso lo scialacquio di soldi pubblici negli enti regionali avrebbe ottenuto un’accoglienza ancor più entusiastica dell’aumento promesso in busta paga.

La promessa riforma del Senato, che il premier sventola come la sua crociata contro l’apparato politico-burocratico, è un orizzonte troppo lontano per poter riempire questo vuoto colpevole nel Renzi act. E, vista la frenesia da hashtag, possiamo rassegnarci con un sorriso amaro: per realizzare la vera spending review della politica, aspettiamo #laprossimavolta.

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