Tutti si concentrano sui ministri, ma è la scelta dei sottosegretari a far zoppicare i governi. Sarà un po’ per la maggiore quantità di nomine, un po’ per la disattenzione alle cariche di seconda fascia, però, negli ultimi anni le prime, vere grane per i presidenti del Consiglio non sono arrivate dal gabinetto ristretto, ma dal plotone dei vice. Un gruppo solitamente nell’ombra, ma ultimamente finito spesso sotto i riflettori, per faccende che definire lodevoli sarebbe, per loro, un eufemismo e, per tutti, un insulto alla coscienza di liberi cittadini.

Anche il governo Renzi non si è voluto distinguere in questa consuetudine degli ultimi anni. Le dimissioni del sottosegretario Antonio Gentile hanno inferto il primo colpo alla squadra dell’ex sindaco, partito tra grandi aspettative da parte dell’opinione pubblica – in particolare, sospinta dai maggiori quotidiani del Paese – ma che sembra ricalcare con esattezza i passi dei predecessori, non solo nella composizione della maggioranza, non solo nei volti conosciuti che affollano le stanze dei ministeri, ma anche per le figuracce in avvio di mandato.

Certo, la nomina del senatore di Nuovo Centrodestra, nei giorni scorsi balzato alle cronache per il caso della rotativa guasta, che ha impedito la pubblicazione del quotidiano “L’Ora della Calabria” proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto rendere conto dell’inchiesta che riguardava il figlio dello stesso Gentile, non poteva passata inosservata. oltretutto, dopo che, lo stesso direttore della testata aveva confermato le pressioni ricevute per non pubblicare la notizia.


Lo scandalo, evidentemente, non aveva scosso più di tanto il premier Renzi e il sottosegretario Delrio, i quali, venerdì, hanno accolto Gentile con sorrisi e strette di mano, officiando al suo giuramento in nome del popolo italiano e della Costituzione, come si conviene al cerimoniale di investitura dei membri del governo.

A distanza di poche ore, però, è partita la bufera mediatica, con la vicenda del quotidiano calabrese finita su tutte le prime pagine del paese e gli appelli di giornalisti e opinion leader di vari schieramenti, che hanno costretto il neo sottosegretario a rinunciare all’incarico, con le dimissioni rese ufficiali nella serata di lunedì, probabilmente su invito dello stesso presidente del Consiglio.

L’intento di Renzi, è chiaro: visto il cronoprogramma serratissimo che ha fissato all’alba del suo incarico di governo, il presidente del Consiglio non ha intenzione di farsi intralciare la strada, o di legare l’immagine dell’esecutivo a qualche vicenda scottante.

Basterà? Forse, per scoprirlo, bisogna guardare – neanche troppo – indietro. Già, perché quella dei sottosegretari è sempre una partita complicata, soprattutto se il governo nasce con maggioranze composite, di provenienze diverse: sistemare le pretese di ogni segreteria, anche di quelle deluse dalla lista dei ministri, assegnando a ogni partito un numero sufficiente di poltrone tale da non mettere in pericolo il sostegno, è un tavolo di poker a cui si rischia di rimanere in mutande alla prima mano.

Ne sa qualcosa Enrico Letta, il quale, alla nomina dei sottosegretari del proprio governo, si convinse a cambiare le deleghe a Michaela Biancofiore in pochissime ore. Prima assegnata alle Pari opportunità, la pasdaran berlusconiana decise di bagnare il debutto da sottosegretario affermando che “i gay si ghettizzano da soli”: un’intemerata che le costò, con scadenza immediata, la poltrona. Dopo accesissime proteste, la Biancofiore venne dirottata alle Pari Opportunità e allo Sport, dove possiamo dire non abbia lasciato un segno indelebile.

Lo scivolone sui sottosegretari, poi, non risparmiò, a suo tempo, anche il governo tecnico per eccellenza, quello guidato da Mario Monti a partire da fine 2011, che nominò sottosegretario alla Presidenza del Consiglio il famigerato Carlo Malinconico, il quale, in un lampo, balzò in vetta alle cronache per una serie di soggiorni vacanze abbuonati da imprenditori amici: risultato, dimissioni inevitabili a inizio 2012.

Forse, allora, più che ai nomi di grido e alla presenza di genere col bilancino solo a fini di slogan, presidenti e consiglieri farebbero meglio a basare le proprie scelte su altri criteri, ad esempio l’integrità morale, lo spirito di servizio e la competenza, tutte qualità che, oggi, hanno ben poco in comune con la scena politica.


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  1. Diciamo anche un’altra cosa strana: le donne del governo Letta hanno deluso molto. Su sei, ben tre si sono trovate coinvolte in vicende poco commendevoli: Josefa Idem con l’ICI sulla sua palestra, Nunzia Di Girolamo con il bar dello zio all’Ospedale di Benevento (!) ed Annamaria Cancellieri con le telefonatine consolatorie alla (presunta) amica Ligresti … ci si sarebbe aspettati di più! Speriamo bene nella Ministre di Renzi.

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