Tra i tanti decreti approvati negli ultimi mesi, quasi nessuno ne ricorda uno che si prefiggeva di intervenire sulle più smaccate problematiche sanitarie: non solo infrastrutture o posti letto, problemi gravissimi tuttora irrisolti, ma anche le più moderne forme di dipendenza o di schiavitù, in grado di compromettere, oltre alla salute dell’individuo, anche il suo equilibrio psichico, la sua qualità della vita e, non da ultimo, i suoi mezzi di sostentamento.

Il provvedimento in questione era noto come “decreto Balduzzi” QUI IL TESTO e se, politicamente, sembra appartenere a un’era geologica fa, il governo Monti, in realtà si parla di appena un anno e mezzo addietro. Il decreto, pur tra mille critiche, è stato il primo tentativo di affrontare un problema che, in Italia, ha preso le proporzioni di una vera e propria piaga sociale: il gioco d’azzardo.

La legge, se, da una parte, faceva segnare i primi punti in opposizione al dilagare della dipendenza da gioco d’azzardo, chiamava il fenomeno nel modo sbagliato: “ludopatia”. Un neologismo che, oggi, un gruppo di operatori, educatori, game designer, appassionati e operatori socio educativi, chiede ufficialmente di sostituire, nel gergo comune dei mass media, ma anche in quello giuridico, con il più specifico termine di “azzardopatia”.


Macchinette, slot machines, videopoker, sale da gioco da svariati anni proliferano un po’ in tutti gli angoli della penisola, con incassi d’oro per le società concessionarie e – un po’ meno – per il fisco, mentre sempre più persone dilapidano le proprie fortune in nome di quella che ha preso le forme di una vera e propria dipendenza.

Da parte dello Stato, purtroppo, non pare esserci troppa smania di intervenire su questo settore: a seguito della multa accertata dalla Guardia di Finanza nell’ormai lontano 2007, sconti e aiutini da parte dei vari governi alle società delle slot si sono susseguiti, fino all’ultimo, avvilente episodio del decreto salva Roma quando, a fine 2013, vennero ridotte le sovvenzioni per quei Comuni che avessero posto in essere il contrasto deciso alle odiose macchinette.

Il gioco, in realtà, non ha niente di maniacale: come hanno certificato studiosi dell’educazione, o sociologi come Herbert Mead, alla base della socialità c’è proprio il rapportarsi coi propri simili, la consapevolezza delle regole comuni a cui sottostare, condividendo un orizzonte di significati e, da ultimo, impersonando i ruoli che determineranno poi la vita nella società degli adulti.

La differenza, tra “play” e “game” segna, nella teoria dell’interazionismo simbolico, il momento di crescita del bambino, dunque il momento più importante nella formazione del suo carattere di individuo e di soggetto sociale. 

Un valore chiave nella crescita della persona, dunque, che, però, in Italia risente della mancanza di riconoscimento del gioco adulto senza azzardi, conosciuto, invece, molto bene da chi in quel mondo ci lavora, o, molto più semplicemente, ci si ritrova con frequenza da genitore, educatore o esperto di formazione.

Con “ludopatia”, associare la parola chiave del gioco – “ludus”  – a una forma di dipendenza compulsiva, che sprigiona gli istinti più malvagi, con fatti di cronaca che affiorano quasi quotidianamente, famiglie ridotte sul lastrico e un numero sempre più vasto di schiavi delle slot, induce a chiedere un cambiamento, innanzitutto, nell’uso corretto delle parole. “Azzardopatia” sarebbe, infatti, la definizione più corretta per un fenomeno, purtroppo, in costante crescita.

Le parole, insomma, contano e non poco: il gioco, nella sua semplicità, rappresenta la base della convivenza, mentre l’azzardo, promettendo il sogno di una vita migliore, può essere una via rapida all’autodistruzione.

Ecco il documento integrale:

Lettera aperta di ludologi, giocologi, educatori, animatori ludici, autori ed editori di giochi sani.

Da tempo, nel nostro paese, si confondono concetti che hanno bisogno di parole nuove: succede in tutti i campi, ma noi ci occupiamo di giochi e da qui vogliamo partire. Perché le parole sono importanti e, quando cambiamo le parole, cambiamo la nostra percezione del mondo.
In Italia, gioco e gioco d´azzardo, pur essendo due cose molto diverse, spesso risultano indistinti.
Nel mondo anglosassone il concetto di “giocatore” si articola in “gambler” (quello che gioca d´azzardo) e “player” (quello che gioca i giochi o, anche, suona gli strumenti musicali). Gli appassionati di giochi in scatola si chiamano “gamer”.
Nel nostro paese, la dizione formale “gioco di azzardo patologico” si è  asformata nel più sintetico “ludopatia”, coerentemente con uno slittamento dal termine “gioco d´azzardo” al semplice “gioco”, favorito da chi, col gioco d´azzardo, lavora. Pensiamo sia importante, anche nel linguaggio che usiamo tutti i giorni, mantenere la distinzione e proponiamo di adottare il termine “azzardopatia”. Riteniamo che l´uso del vocabolo “ludopatia” possa essere addirittura dannoso, camuffando il “gioco di azzardo patologico” dietro un termine emotivamente accettabile.
Riteniamo che l´uso della parola “azzardopatia”, parimenti sintetico e pratico, sia più corretto e la sua diffusione ancora possibile.
Come? Usando questa parola sui giornali, quando si parla di questa emergenza sociale; usandola nelle leggi e nelle delibere, accanto al termine tecnico “gioco di azzardo patologico”; adoperandola nelle campagne sociali; sostituendo, in sintesi, la parola “ludopatia”.
Perché? Perché la parola “ludus” ha un significato più ampio e nobile che si connota entro un´accezione più ricca e piena del concetto di gioco.
Recentemente Spartaco Albertarelli, noto autore di giochi, ha definito il gioco, non quello d´azzardo, come segue: “Il gioco è lo strumento che consente agli essere umani di interagire direttamente con il proprio immaginario, attraverso un sistema di regole che chiedono di essere rispettate”. Niente di tutto questo sta nelle pratiche patologiche di chi non riesce a smettere di giocare alle videolottery, alle slot machine, al gioco d´azzardo on line.
Nel 2009 è nato il progetto “Fate il nostro gioco”, una campagna d´informazione matematica sul gioco d´azzardo (www.fateilnostrogioco.it).
Nel 2012 ALI per Giocare (www.alipergiocare.org) ha lanciato una campagna, “Mi azzardo a dirlo”, con lo scopo di sollecitare l´aggiunta della specificazione “d´azzardo” alla parola gioco, laddove si parli di “giochi pubblici con vincite in denaro”. Nell´ottobre del 2012 l´ASL 3 di Genova ha pubblicato un documento dal titolo molto significativo:
“L´azzardo? non è un gioco!”. All´inizio del 2013 il Coordinamento Genitori Democratici (www.genitoridemocratici.it) ha lanciato una campagna contro il gioco d´azzardo e la sua pubblicità, in particolare quella televisiva nelle fasce orarie protette. Nello scorso mese di novembre l´Arciragazzi ha organizzato il convegno “Il gioco non vale la candela” (www.arciragazzi.org/online/?p=394). Siti web sono nati per segnalare gli esercizi commerciali senza slot (www.senzaslot.it). Moltissime, fortunatamente, sono le iniziative di sensibilizzazione al tema che trascuriamo di citare.
Siamo convinti che un nuovo proibizionismo farebbe senz´altro danno e, con la presente, non intendiamo disconoscere il fatto che anche il mondo del gioco d´azzardo è variegato e ha punte di interesse culturale legittimo (si pensi, ad esempio, al poker sportivo) come ampie aree che lo sono molto meno (si pensi alle slot machine dietro l´angolo). Queste ultime sono la vera emergenza nazionale giacché, apprendiamo dai giornali, una buona fetta sono ancora in mano alla criminalità organizzata e sono anche forti e ben organizzate le lobby che operano a loro tutela.
La stragrande maggioranza delle azzardopatie è legata alle slot machine.
A noi, tuttavia, molto più modestamente interessa distinguere a livello macroscopico, come fanno altre lingue, il gioco sano, che chiamiamo semplicemente gioco, dal gioco d´azzardo. Crediamo che l´uso del termine “azzardopatia” contribuisca a questo scopo.
Mauro Adorna, Spartaco Albertarelli, Enzo Bartolini, Anna Benedetto, Luca S. G. Betti, Luca Borsa, Marco Carli Ballola, Gianfranco Buccoliero, Raffaele Cadamuro, Daniela Capitanucci, Tino Cappelleri, Andrea Castellani, Stefano Castelli, Mario Catarisano, Luca Cerrato, Dario Cherubino, Pietro Cremona, Massimiliano Cuccia, Alessandro de Lachenal, Tullio De Scordilli, Dario De Toffoli, Antonio Di Pietro, Marco Donadoni, Paolo Fasce, Anna Fava, Gianfranco Fioretta, Marco Fornasir, Giovanni Galanti, Renato Genovese, Nicla Iacovino, Andrea Ligabue, Antonello Lotronto, Giovanni Lumini, Piermaria Maraziti, Stefano Mondini, Paolo Mori, Paolo Munini, Andrea Nini, Tomas Paladin, Fabrizio Paoli, Ennio Peres, Angelo Porazzi, Claudio Procopio, Lorenzo Sartori, Anna Scovenna, Giacomo Sottocasa, Paola Rizzi, Marina Santinelli, Franco Sarcinelli, Beniamino Sidoti, Alberto Tavazzi, Lorenzo Trenti, Mirella Vicini, Emanuele Vietina, Andrea Vigiak, Luca Volpino, Giorgio Weiss, Elvira Zaccagnino, Dario Zaccariotto.


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