Quante sono le società partecipate dagli Enti locali? Nessuno lo sa.
Il sistema di facilitazione della mobilità del personale nelle società pubbliche per favorire piani industriali di sviluppo più sostenibili, introdotto dai commi 563 e seguenti della legge di stabilità 2014 (legge n. 147/2013), era stato dapprima inserito all’art. 3 del DL n. 101 del 31 agosto 2013, il cui testo però, nel corso della conversione in legge 30 ottobre, n. 125, non ha alla fine conservato la disciplina afferente il meccanismo di mobilità in questione.

Il Parlamento, infatti, nel discutere il contenuto del suddetto art. 3, si era interrogato sul numero delle società pubbliche potenzialmente coinvolte nei processi di razionalizzazione del personale, senza però trovare una risposta precisa ed esauriente.
Successivamente la legge di stabilità 2014 ha comunque introdotto il sistema di mobilità in questione, quale meccanismo finalizzato a evitare che gli organismi partecipati dalla PA attivino processi di reclutamento di nuovo personale, senza prima aver concretamente verificato la possibilità di attuare una ridistribuzione del personale già in servizio presso le società del gruppo pubblico.

La domanda iniziale, tuttavia, è rimasta senza risposta, con la conseguenza che ora a essere fuori controllo non sono soltanto le spese generate dalle società pubbliche, ma lo stesso numero complessivo di queste.
Nel rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2012, la Corte dei Conti ha rilevato 3153 società partecipate da Comuni e Province, titolari di affidamenti diretti per una percentuale del 78%, e nonostante il fatto che tali società siano in larga parte sfuggite agli obblighi del mercato, esse espongono nei loro bilanci un debito complessivo di circa 34 miliardi di euro.


Per avere un’idea della rilevanza di tale importo, basta metterlo a confronto con il debito pubblico totale dei Comuni e delle Province che, secondo i dati di bilancio 2010, si attesta rispettivamente intorno a 62 miliardi di euro e a 11,8 miliardi di euro.
Poi il numero stimato delle partecipate è aumentato, perché più di recente la stessa Corte dei Conti ne ha contato 5300.
Tuttavia, secondo il monitoraggio CONSOC della Funzione Pubblica (fine ottobre 2012) sono state censite 5458 aziende pubbliche, che però secondo i calcoli del ministero della Pubblica amministrazione – il quale può usufruire della propria banca dati Perla Pa – sono in realtà quasi 8000.

C’è chi giura, infine, che, secondo attendibili studi elaborati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, gli organismi partecipati dalla PA non sono meno di 15.000.
Insomma, una babele di cifre che denotano un fenomeno totalmente fuori controllo, divenuto ormai ingovernabile e irreversibile.
Infatti il comma 561dell’art. 1 della legge di stabilità 2014 ha abrogato l’art. 14, comma 32, del DL78/2012, convertito in legge 30 luglio 2010, n. 122, ossia il divieto di costituire società ex novo a carico dei Comuni minori, e l’obbligo di dismissione delle società in perdita entro il 30 settembre 2013.

Il legislatore si è arreso all’evidenza, e ha preso atto che i Comuni al di sotto dei 30 mila abitanti (7797 Enti sul totale di 8101) non sono assolutamente in grado di procedere a una contestuale dismissione generalizzata delle loro partecipate in perdita, sia per l’impossibilità di garantire altrimenti i servizi pubblici da esse erogati, sia per la carenza di risorse umane e strumentali idonee a gestire complesse procedure di liquidazione (o cessione) societaria, sia infine per l’incapacità di ricollocare il personale in servizio presso le società partecipate da chiudere.

Si aggiunga che la proliferazione delle società partecipate – qualificate dalla magistratura contabile come “il cancro della Pubblica amministrazione” – è fatalmente acutizzata dallo stesso modello organizzativo societario, la cui gestione è propensa a in re ipsa generare nuove partecipazioni in altre società.
Basti rilevare, per esempio, che il Comune di Roma è socio di 21 società partecipate, le quali però detengono ben 140 pacchetti azionari!
Non si vuole con tutto ciò dipingere un quadro pessimista e disastroso della struttura organizzativa della PA, ma solo prendere atto che il malato al capezzale è molto grave e si è rifiutato di ricevere le cure, per cui occorre un consulto medico ai massimi livelli per superare la fase critica e sperare nel miracolo della guarigione.


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  1. …il censimento citato,risale al 2012,epoca MONTI,eventualmente….per cui i dati….darebbero da correggere(riaggiornare),per poter fare una nota-commento,con un valore attuale….

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