Il destino della Tasi è appeso a un decreto che, al momento, non ha passato il vaglio di costituzionalità. Mentre si continua a discutere sulle possibili modifiche alla tassazione sulla casa, il governo sembra impantanato sui testi che ha presentato in prima persona, ma che, adesso, sembrano avviati a complicare ulteriormente le cose, invece di risolverle. Intanto, si avanzano le prime ipotesi sull’ammontare concreto dell’imposta che prenderà il posto dell’Imu.

Ieri, nella riunione della Commissione Affari costituzionali al Senato il decreto 151, altrimenti noto come il Milleproroghe bis, emanato dal governo a fine 2013 per recuperare le norme essenziali inserite nel provvedimento decaduto del “salva Roma”, è arrivato parere contrario alla costituzionalità del provvedimento. A convincere i rappresentanti in commissione sull’illegittimità del decreto, proprio le parti ripescate dal precedente testo non convertito, in base al principio normativo della non reiterazione degli atti governativi decaduti.

Insomma, un bel guazzabuglio, al quale, ora, dovrà trovare soluzione l’aula del Senato, cui è stato demandato il decreto che, nella sua nuova versione, contiene anche nuove e importanti disposizioni sulla Tasi, la tassa sui servizi indivisibili entrata in vigore lo scorso primo gennaio, che i contribuenti dovranno presto corrispondere ai Comuni. Obiettivo della maggioranza è duplice: garantire il gettito agli enti locali e, insieme, migliorare il capitolo delle detrazioni, scarne nella legge di stabilità 2014 che ha introdotto il tributo, allo stato attuale ben più salato della defunta Imu, almeno per le famiglie meno abbienti.


Così, con il Milleproroghe-bis ancora sprovvisto del bollino di costituzionalità, si cerca di valutare quale potrà essere l’impatto della nuova tassa sulle tasche dei proprietari – e degli inquilini – che saranno chiamati al saldo, verosimilmente a partire dal prossimo giugno. Con l’arrivo di un emendamento correttivo ai regimi di aliquote e detrazioni, infatti, emergono i primi studi sulle probabili trasformazioni della tassa sulla casa che ci troveremo a dover pagare.

Saranno i sindaci a definire gli importi della Tasi, Comune per Comune, vista la facoltà che il Parlamento ha rimesso nelle mani dei primi cittadini di innalzare le aliquote entro un range da uno a otto millesimi e comunque non oltre il 3,3 per mille, al fine di assicurare la copertura per le detrazioni sulle fasce più svantaggiate o le famiglie più numerose, come già in parte avveniva con il conteggio dell’Imu.

Per avanzare un possibile quadro di riferimento, i primi studi indicano come, per un’abitazione da 120 metri quadrati  (classe A/2)  a Torino o Roma, l’importo non sarebbe inferiore a 700 euro all’anno, mentre per le case più ridotte, 80 metri quadrati in classe A/3, a Roma si pagherebbero 443 euro, contro i 386 di Bologna, seguita da Torino e Milano. Risultato: la casa di categoria A/2 finirebbe per avere un bonus assai superiore rispetto all’Imu 2013, pari a 335 euro a Torino, mentre per le dimore più modeste l’aggravio dei costi si verificherebbe quasi dappertutto, con il record di 130 euro in più per la prima casa dei residenti a Milano nei confronti di quanto speso nell’anno appena concluso. Insomma, che ci sia qualcosa da aggiustare, è evidente: peccato, però, che il governo abbia reso tutto ancora più complicato, decidendo di imbottigliare una materia così delicata in un decreto a forte rischio di incostituzionalità.

 

Vai al testo del decreto salva Roma nel Milleproroghe bis


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