Tanti anni fa il compianto Presidente Pertini affermò: la peggiore delle democrazie è sempre meglio della più efficiente delle dittature.

Il concetto ci sembrò scontato, all’epoca si diceva lapalissiano, la sua ovvietà era evidente, non cogliemmo bene il significato intrinseco di quell’affermazione, il mondo girava in una direzione diversa e solo pochi eletti potevano percepirne gli infinitesimi cambiamenti che lentamente, sommandosi tra loro, ci avrebbero condotto alla situazione attuale.

Oggi che non sappiamo più se quella vissuta è la democrazia o una parvenza di libertà popolare, i dubbi ci assalgono.


Siamo ancora noi, con il nostro voto, a decidere il nostro destino?

Se al cambiare degli uomini di vertice la situazione non cambia, anzi peggiora, vuol dire che la nostra democrazia ha qualche difetto congenito che deve essere estirpato.

Sempre più spesso le discussioni fatte dalla gente, in ogni luogo e con ogni mezzo, fanno emergere domande che non avremmo mai voluto sentire:

  • ……….e se alla fine degli anni 70 lo Stato soccombeva alle brigate rosse? Come sarebbe oggi la vita degli italiani?

  • ……… e se a fine anni 60 lo Stato soccombeva ai golpe di cui la stampa ci ha più volte parlato? Come sarebbe oggi la vita degli italiani?

  • ……… e se fosse ancora attiva la Democrazia Cristiana?

Sono domande che ti fanno soffrire perché avevi creduto nel sogno di uno Stato giusto e il dubbio, vista la situazione attuale, resta e si fa spazio.

Che cosa è successo dalla fine degli anni 70 ad oggi?

E’ successo che con l’avvento delle Regioni abbiamo decentrato parte dei poteri dello Stato ed abbiamo lentamente eliminato ogni controllo sull’operato degli enti locali e territoriali.

Fino al 1970 ogni delibera di Comuni e Province veniva controllata, nella sua legittimità, da una giunta che faceva capo al Prefetto. Dal 1970 al 1990 dette delibere venivano controllate dai Comitati regionali di Controllo, anche le delibere delle Regioni venivano controllate, a farlo erano le Prefetture che avevano lasciato alle Regioni il controllo di Provincie e Comuni.

Inoltre, in ogni Comune ed in ogni Provincia vi era un Segretario che dipendeva dal Ministero degli Interni ed era il notaio ed il garante dello Stato in ogni amministrazione.

La politica, però, voleva i suoi “spazi” e non accettava più controlli da parte dello Stato centrale.

Cominciò a farsi spazio un’aberrante idea di federalismo all’incontrario: non tante realtà diverse che si univano (si confederavano) ma una realtà stabile che si frantuma.

Quante volte il discorso privato tra un potente Sindaco ed il parlamentare di riferimento, eletto nella sua circoscrizione, era: la devi smettere di inviarmi, tramite il Prefetto tuo amico, il segretario che più ti aggrada per farmi controllare. Ricordati che sono io, Sindaco, che contribuisco alla tua elezione e non tu alla mia.

Lentamente le leggi sono state fatte più dagli amministratori locali per gli amministratori locali che dallo Stato centrale per i cittadini.

Se a ciò aggiungiamo l’adesione ad una unica moneta sovranazionale senza contemporanea unificazione delle politiche fiscali ed economiche degli Stati aderenti, la globalizzazione dei prodotti e l’evoluzione dell’elettronica nella robotica che fa fare alle macchine ciò che prima facevano gli uomini, non c’era bisogno della penna di Gabriel Garcìa Marquez per scrivere “Cronaca di un disastro annunciato”.

Quanto costa questa politica che non deve avere controlli?

L’insieme dei circa 9.000 Comuni costa, miliardo di euro più, miliardo di euro meno, 130 miliardi di euro ogni anno.

Le Province costano, più o meno, 10 miliardi di euro. Troppo poco, ecco perché le vogliono abolire, non si sono dimostrate “produttive”.

Il clou della spesa spetta ovviamente alle Regioni, 260 miliardi di euro.

Il totale della spesa di Comuni, Provincie e Regioni è di 400 miliardi di euro l’anno.

I calcoli sono stati fatti prendendo a modello i bilanci di due Comuni, due Province e due Regioni, abbiamo calcolato il totale delle entrate e delle spese, abbiamo diviso per il numero degli abitanti ottenendo la spesa media per abitante. Infine, abbiamo moltiplicato la spesa media per abitante per 60 milioni, numero degli italiani, ed abbiamo tirato fuori le cifre che avete appena lette. Non avendo accesso ad altri dati i nostri calcoli empirici ci sembrano abbastanza vicini alla realtà.

Chiariamo subito che il personale dei tre enti pesa sui loro bilanci per circa il 2,5%, un altro 1,5% lo mette lo Stato ed in totale i circa 550.000 dipendenti costano circa il 4% del bilancio di un ente.

Se li licenziassimo tutti i dipendenti di Comuni, Province e Regioni per recuperare i 400 miliardi di spesa di un anno impiegheremmo, risparmiando il 4% all’anno, 25 anni.

Se ne licenziassimo la metà, un anno di bilancio lo risparmieremmo in 50 anni.

Tenendo anche conto che i licenziamenti di massa impoverirebbero la vita della nazione deprimendo ancora di più i consumi, la strada della espulsione in massa del personale non sembra percorribile per la soluzione dei problemi di bilancio.

Dunque, tolto il 4% che gli enti locali e territoriali spendono in stipendi, vediamo come viene speso l’altro 96% del bilancio degli enti.

Circa il 50% della spesa delle Regioni, cioè 130 miliardi di euro, sono destinati alla Sanità.

Medici, infermieri, tecnici di laboratorio, amministrativi, siringhe, provette, apparecchiature elettroniche, fitti, manutenzioni varie, ecc…..

Abbiamo 20 sanità diverse, 20 assessori alla sanità che pretendono di nominare i primari ospedalieri ed i manager delle ASL, 20 centri di acquisto, 20 politiche sanitarie, ecc…………..

La domanda che il cittadino medio si pone: è più importante l’autonomia gestionale o viene prima la qualità del servizio reso al cittadino?

I costi della politica

Le Regioni

La legge costituzionale numero 62 del 1953, ancora in vigore, riporta:

Art. 16. (Assegno del Presidente del Consiglio regionale)

Al Presidente del Consiglio regionale e’ corrisposto un assegno mensile, fissato con legge regionale, che non può superare l’ammontare delle competenze di un funzionario dello Stato di grado III.

Art. 17. (Indennità di presenza dei consiglieri regionali)

Ai consiglieri regionali per i giorni di seduta è corrisposta un’indennità di presenza fissata con legge regionale.

Art. 18. (Divieto di attribuzione di talune prerogative e titoli ai consiglieri regionali)

Ai membri dei Consigli regionali non possono essere attribuiti con legge della regione prerogative e titoli che per legge o per tradizione siano propri dei membri del Parlamento o del Governo.

Art. 24. (Assegno del Presidente della Giunta regionale)

Al Presidente della Giunta regionale è corrisposto un assegno mensile, fissato con legge regionale, che non può superare l’ammontare delle competenze di un funzionario dello Stato di grado III.

La politica che voleva i suoi “spazi” se li è presi anche a dispetto della legge.

Ai consiglieri regionali, vista la legge 62/53 ancora in vigore, non spettava e non spetta, alcun emolumento mensile ed alcun vitalizio ma solo un gettone di presenza per ogni seduta del consiglio, come avviene per i consiglieri provinciali e comunali.

Inoltre, non spettava e non spetta, il titolo di onorevole.

Ai presidenti di consiglio e giunta regionale spettava e spetta, un assegno mensile che non può superare le competenze di un funzionario.

Invece, ogni consigliere guadagna circa 12.000€ netti al mese.

20 Regioni con in media 50 consiglieri a Regione fanno 1.000 consiglieri in carica: 12 milioni al mese, 144 milioni l’anno.

In 40 anni sono costati al cittadino circa 6 miliardi.

Una miseria se pensiamo ai 60 miliardi in 20 anni che ci sono costati i dirigenti pubblici di soli incentivi e obiettivi.

Ai 1.000 consiglieri in carica dobbiamo aggiungerci i vitalizi di tutti gli ex consiglieri, non è facile fare questo calcolo.

Ai 1.000 consiglieri dobbiamo aggiungere i circa 15 assessori, che oggi sono esterni, in tutto altre 300 persone, altri 3,6 milioni al mese, altri 43 milioni l’anno.

Dobbiamo ancora aggiungere autisti ed auto blu, spese per la politica e portaborse particolari.

Con una spesa così alta dovremmo avere dei servizi di altissimo livello. Invece……..

Invece, abbiamo dei trasporti che funzionano male, la gestione del territorio che è pessima, la qualità di acqua, aria e prodotti agricoli che è vittima dell’inquinamento, il lavoro che non crea e non dà lavoro, la formazione che non forma, ecc…..

In pratica molte delle cose affidate alle Regioni o non funzionano o funzionano male, tranne piccolissime eccezioni che servono solo a confermare la regola.

Le Province

Sono, per mole di spesa, le cenerentole tra gli enti locali.

I consiglieri provinciali non godono di alcuno stipendio e non avranno un vitalizio, una vergogna.

Per racimolare qualche soldo devono partecipare ad inutili commissioni ed in cambio ricevono un gettone di presenza che non raggiunge i 100€.

Gestiscono poco, non godono del titolo di onorevole e non hanno neanche i benefit della politica da spartirsi.

Dunque, le Province sono da eliminare.

Eppure, prima dell’avvento delle Regioni, con gli stessi pochi soldi, gestivano decentemente ciò che gli era affidato ed avevano una presenza ed una rappresentatività sul territorio.

Le Prefetture hanno sede nei capoluoghi di provincia, così gli ospedali civili e gli uffici dello Stato.

Dall’unità d’Italia l’aggregazione territoriale è stata basata sulle Province, ma tutto cambia e questa volta per non restare come prima.

I Comuni

Sono la cellula base di aggregazione sociale, i consiglieri non hanno stipendio ed il gettone di presenza è solo per le sedute consiliari.

Hanno però grande potere sulla vita dei cittadini, decidono dove puoi costruire e quanto puoi costruire, dove collocare le scuole, dove puoi circolare e dove puoi parcheggiare, dove e se, puoi collocare un esercizio commerciale.

Sono i possessori e i gestori dell’anagrafe dei cittadini: se esisti è perché ti tengono registrato.

Sono però troppi e non hanno tendenza all’aggregazione.

Spendono spesso male i soldi dei cittadini e bandiscono gare per infrastrutture che non servono a nessuno.

Uno dei nuovi sprechi di Comuni, Province e Regioni è la spesa per l’informatica.

Un sito internet che al cittadino costa 10 chissà perché alla PA costa 10.000 ed oltre.

Se costruisci un’autostrada che non serve a nessuno l’opera resta la ed il cittadino s’indigna.

Se qualche milioncino di euro lo spendi per un sito internet che nessuno visiterà, saranno in pochi a saperlo e nessuno s’indignerà.

Conclusione

Degli amministratori attenti potrebbero risparmiare tanti dei 400 miliardi di euro di spesa degli enti locali e territoriali e costringere lo Stato centrale a fare altrettanto.

La spending review, tanto decantata dal governo Monti non è stata attuata, le leggi sulla trasparenza amministrativa non vengono osservate.

Delle forze politiche, degne di questo nome, dovrebbero capire gli errori fatti e ripristinare idonee strutture per il controllo della legittimità degli atti e della spesa.

Non sarebbe chiedere la luna se si proponesse la istituzione di sedi provinciali della Corte dei Conti e gli si affidasse un maggiore controllo sugli enti locali e territoriali.

Non sarebbe fare un torto a nessuno se si proponesse ai cittadini di aggregarsi ed esercitare una forma di controllo sulla spesa dei loro amministratori locali.

Forse alla politica allegra e godereccia degli ultimi 20 anni non è chiaro che stiamo male, che ci sentiamo abbandonati su una nave alla deriva.

Cos’altro vi dobbiamo dire?

TORNATE A BORDO, CAZZO!!!!!!!!!!!!!!


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3 COMMENTI

  1. Per Mauro.
    Appare evidente che ciò che vale per una grande Regione non può valere per un Comune di 1000 abitanti.
    Detto ciò, basta fare una ricerca, leggere qualche bilancio a campione e fare una media.
    Inoltre, il personale degli enti locali e territoriali, compresi i dirigenti (con contratto e fondi differenti) è di circa 550.000 unità, se escludiamo i circa 30.000 dirigenti abbiamo 520.000 unità. Ipotizziamo, per ogni lavoratore, un spesa media di 40.000 euro l’anno, comprensivi degli oneri previdenziali, il risultato è una spesa di poco maggiore di 20 miliardi l’anno, ovvero il 5% dei 400 miliardi di spesa totale.
    Appare evidente che non avendo a disposizione i dati ISTAT facciamo un discorso di ipotesi che hanno un margine di errore, non rilevante ma pur sempre errore.
    Comunque, grazie per il suo cortese commento, l’intento dell’articolo, indipendentemente dal dato numerico, è: evidenziare lo stato di disagio che l’attuale ordinamento amministrativo italiano produce.

  2. L’Italia è stata ricostruita dalle ceneri della seconda guerra mondiale senza le regioni. Il declino dell’Italia, non solo sotto l’aspetto dell’assetto dei poteri pubblici, ha inizio dall’introduzione del nuovo ente territoriale, e dallo sconquasso conseguente. L’avvento delle regioni non ha provocato alcuna diminuzione dell’organizzazione statale, né a livello centrale né in quello periferico, la burocrazia è aumentata, la settorializzazione delle competenze legislative ha causato un numero enorme di controversie avanti la Corte Costituzionale, i politicanti regionali hanno scimmiottato in tutto e per tutto l’apparato statale in fatto di sedi, di prebende e di scandali. L’intento dei padri costituenti è stato ampiamente tradito e l’esperienza negativa fin qui condotta non induce a pensare diversamente nel futuro. Ma, incredibilmente, invece di proporre l’eliminazione delle Regioni, i Governi propongono quella delle Province!!! sicuramente perché sono come i vasi di coccio in mezzo a quelli di ferro: non v’è altra logica motivazione.

  3. “Chiariamo subito che il personale dei tre enti pesa sui loro bilanci per circa il 2,5%, un altro 1,5% lo mette lo Stato ed in totale i circa 550.000 dipendenti costano circa il 4% del bilancio di un ente.”.
    Questa affermazione merita qualche precisazione da parte Sua, le percentuali indicate sono davvero troppo basse per essere credibili, salvo che debba intendersi come “media” fortemente condizionata dalla spesa regionale complessiva. Il dato andrebbe quindi disaggregato per tipologia di enti.

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