Stamane non avevo tanta voglia di andare al bar della stazione. Come sanno i miei diciassette lettori, il pediatra se ne è andato e di amici al bar me ne rimangono solo due. Li ho raggiunti comunque e siamo rimasti in silenzio per un po’. Poi una ragazza ha salutato il professore di filosofia e si è seduta al nostro tavolo. Il professore di filosofia rimase sorpreso, io no. La ragazza aveva un gran fisico, alta, bella e sorridente, quasi quasi da non rimpiangere il pediatra, pensai tra me. Era stata una allieva del professore, ma il professore sapeva che insegnava in un asilo nido della città e quindi le chiese cosa ci facesse in stazione un giovedì mattina. La ragazza rispose che era stata assunta con un contratto a tempo determinato e che era stata licenziata perché quell’anno al nido comunale c’erano state poche iscrizioni e avevano chiuso una sezione. Così aveva trovato un altro lavoro precario in una cooperativa sociale di Forlì e da quel giorno ci doveva andare in treno tutte le mattine. Io e lo psichiatra ci guardammo compiaciuti, avevamo trovato subito il sostituto del pediatra e non era male che fosse una donna. Il professore invece si accigliò. Inconcepibile, commentò, gli asili nido che chiudono in Emilia-Romagna, una delle poche regioni italiane dove gli asili nido ci sono e le mamme che lavorano possono trovare strutture e persone adeguate per la crescita dei loro figli! La ragazza ce ne spiegò i motivi. Anche nelle regioni evolute la crisi aveva colpito prima di tutto il lavoro femminile e chi riusciva a mantenerlo aveva dei contratti di lavoro così precari e miseri da non potersi permettere i 300-400 euro mensili della retta di frequenza dell’asilo. Il professore allora fece l’esempio della Germania e dei paesi scandinavi, dove la legge garantisce a ogni bambino da 0 a 3 anni un posto all’asilo nido o, a scelta dei genitori, un equivalente sostegno economico familiare. E continuò sfornando dati anglosassoni, americani e anche italiani, i quali dimostravano senza ombra di dubbio che i bambini che frequentavano il nido, specie delle famiglie operaie, realizzavano poi nelle scuole elementari risultati scolastici più brillanti e capacità collaborative più creative rispetto ai bambini che restavano in famiglia. Dipende da che tipo di asilo e che tipo di famiglia, ribattè lo psichiatra. Ma la ragazza era decisamente dalla parte del professore e affermò che la crisi alle giovani coppie toglieva la voglia di mandare i figli al nido e soprattutto di volerne di figli. La paura isterilisce più della chimica, disse il professore. Allora io, che di tutti ero il più vecchio, ricordai a me stesso e a tutti loro che quando mi sposai ed ebbi la mia prima figlia, a soli 24 anni, non avevo ancora un lavoro ma dentro di me e intorno a me non esisteva la paura. C’era in quei favolosi anni del dopoguerra un istinto primordiale di vita che si era perso da qualche parte tra le crepe dei muri assolati d’Italia. Bisognava ricominciare a cercare da quelle crepe, finalmente! Anche il fischio alto del treno che stava arrivando mi sembrava un inno alla vita. Bastava ascoltarlo.


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