Alzi la mano chi non si guarda le spalle in questi giorni. Con il caso “datagate” che monta su tutti gli organi di informazione del mondo, sembra davvero che l’occhio – anzi, l’orecchio – di questo grande sistema di spionaggio avesse diramato ovunque i suoi tentacoli.

Se una lezione possiamo già trarre da questa faccenda, sicuramente riguarda la dimostrazione definitiva che le nostre vite possono essere senza troppa difficoltà setacciate, monitorate, controllate.

Del resto, gran parte della popolazione nei Paesi avanzati scrive continuamente su internet i segni della propria esistenza: con la pubblicazione di un post su Facebook, il check-in tramite Foursquare, le transazioni commerciali effettuate su Ebay o PayPal, la carriera professionale su LinkedIn dicono tutto di noi. Abitudini, comportamenti, interessi, pensieri, convinzioni, stile di vita, viaggi, relazioni e possibilità economiche. La rete ci conosce meglio di chiunque altro, e ogni utente può agevolmente ricomporre il puzzle della nostra vita risalendo alle tracce che, forse con troppa leggerezza,  lasciamo sul web.


Ora, addirittura, sembra che lo spionaggio internazionale patrocinato dagli Usa sia arrivato alle intercettazioni telefoniche ai danni di primi ministri degli Stati alleati. Dopo qualche settimana di silenzio, ecco lo scandalo “a scoppio ritardato”, la privacy violata, le relazioni internazionali messe in pericolo da un sistema capillare di ascolto delle conversazioni tra i leader mondiali.

E’ accettabile che uno Stato estero, secondo quanto sta emergendo dal datagate, patrocini queste intrusioni nella vita politica e nelle istituzioni di Paesi sovrani, per quanto alleati sul piano internazionale? Certo che no, e infatti Obama si sta giocando buona parte del suo secondo mandato da quando le prime rivelazioni sull’Nsa sono apparse sul Guardian.

Eppure, per rientrare in Italia, nessuno ricorda i recenti casi di Tavaroli e compagnia? La vicenda dell’ex numero 2 del Sismi tenne banco sui giornali per alcuni anni, chiusa con il patteggiamento, ha lasciato l’impressione che il meccanismo di dossieraggio su personaggi più o meno noti della scena pubblica, fosse ormai un meccanismo ben oliato.

E sempre in merito a intercettazioni illegali, come dimenticare le – colpevoli – affermazioni di Piero Fassino a Consorte: “Abbiamo una banca”, pronunciate nell’ambito della scalata a Bnl da parte di Unipol, che finirono su tutti i giornali tra la il 2005 e l’inizio del 2006, a poche settimane dalle elezioni politiche? Col senno di poi, si è scoperto non solo che quelle parole certamente influirono molto sull’esito delle votazioni – fu la volta dei famosi 24mila voti di differenza, che diedero vita al governicchio di Prodi sostenuto solo dai senatori a vita – ma che i nastri di quella chiacchierata diventarono di pubblico dominio quando ancora coperti da segreto investigativo. Sulla vicenda, lo ricordiamo, è attualmente in corso un processo a carico di Silvio Berlusconi e del fratello Paolo Berlusconi che, condannati in primo grado, dovrebbero vedersi riconosciuta la prescrizione dalla Corte d’Appello.

Infine, sempre in tema di intercettazioni all’amatriciana, va ricordato anche il buon Gioacchino Genchi, il cui nome salì alla ribalta alcuni anni or sono per il mega archivio di tabulati telefonici che avrebbe messo a sua disposizione “milioni”,  secondo le dichiarazioni di allora, di dialoghi telefonici, potenzialmente in grado di ricattare esponenti politici e personalità di spicco.

Ora, dopo lo sdegno della Merkel, anche il nostro premier Enrico Letta si è valorosamente lanciato nel definire“inaccettabili” attività di intelligence tra governi amici come quelle descritte nel datagate. Osservando le faccende degli ultimi anni, e scoprendo i dettagli di questa spy-story globale del datagate, male non faremmo noi italiani a partire occupandoci della nostra riservatezza dentro i nostri confini. Ad esempio, seguendo da vicina la vendita della rete Telecom, dal momento che verrà ceduto a una compagnia spagnola l’asset principale delle comunicazioni sul nostro territorio.


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