All’età di 100 anni è morto Erich Priebke. Non era un “uomo qualsiasi”, era colui che aveva partecipato all’eccidio delle Fosse Ardeatine, massacro organizzato ed eseguito da Herbert Kappler, ufficiale della SS., che per rappresaglia (l’uccisione di 32 soldati tedeschi) fece sterminare a Roma, il 24 marzo 1944, 335 persone, civili e militari italiani, vecchi, donne e bambini, di cui 75 ebrei.
Priebke, la notte prima della strage, scelse personalmente, in una lunga lista di nomi, quelli di coloro che dovevano essere trucidati con colpi di fucile alla nuca. Si proclamò innocente, perché aveva solo “eseguito degli ordini” e non si pentì mai di ciò che aveva commesso, pur proclamandosi cattolico.
Dopo la sconfitta della Germania riuscì a scappare, grazie all’aiuto di alcuni preti altoatesini, fu battezzato e si convertì al cattolicesimo. Si rifugiò in Argentina, dove visse indisturbato per molti anni, fino a quanto venne rintracciato, estradato in Italia negli anni novanta, ed infine condannato a scontare l’ergastolo.
Per la sua tarda età gli furono concessi gli arresti domiciliari; viveva a Roma con una badante, e si spostava solo per esigenze strettamente necessarie.
Era imputato in “concorso in violenza con omicidio continuato in danno di cittadini italiani” per i fatti accaduti a Roma. Molti lo odiavano, qualcuno lo osannava ancora, altri hanno “salutato il capitano” nel giorno della sua morte, gruppi neonazisti hanno reso omaggio alla salma, cittadini antifascisti hanno protestato perché non fosse celebrato il funerale. Una notte di scontri con nazisti, antifascisti, forze dell’ordine, davanti a una salma chiusa in una bara di legno. Pareri di Sindaci, Prefetti, un presunto rito funebre celebrato di nascosto, la Germania, paese natale di Priebke, che ha vietato la sepoltura in terra germanica perché il defunto non era lì residente.
Qualcuno ha detto che i crimini commessi dal regime nazista sono segno indelebile nella storia e che chi li ha commessi deve essere giudicato e cancellato dalla memoria collettiva. Io non sono d’accordo, perché penso che la storia vada “raccontata” alle nuove generazione nella sua totalità, con nomi e cognomi di chi commette il bene e di chi commette il male. Stranamente il male fa sempre notizia; si tende a ricordare nei dettagli la cattiva azione commessa, a rivangarla, ad arricchirla di particolari, a parlarne all’infinito. Così è successo per la morte di Priebke; i giornali ne hanno scritto, e ne parlano tuttora, dedicando ampi articoli e commenti sui quotidiani, forse perché riguardava un fatto aberrante accaduto in Italia, e questo ci tocca un po’ tutti più da vicino. Se Priebke avesse commesso la stessa carneficina in un altro paese, forse la sua morte non avrebbe suscitato tutto questo scalpore…E questa è altra cosa dal ricordare il passato, dal non dimenticare, perché l’orrore non va dimenticato ma spiegato ai più giovani nella sua crudeltà affinché rimanga nella memoria.
I crimini vanno sempre condannati; la giustizia degli uomini è sommaria, perché per chi crede c’è un’altra giustizia, che è l’unica importante.
Il bene invece non fa notizia, vive un po’ nell’ombra, è gratuito e non chiede nulla in cambio. Due righe per ricordare qualcuno che ha commesso una buona azione, che si è distinto per la sua bontà o il suo altruismo, che ha aiutato chi era nella prova, che ha teso una mano.
In questa nostra povera Italia le notizie di cronaca nera hanno sempre più risalto sulle pagine dei giornali, e anche le televisioni ci bombardano con immagini di guerra e cattiverie, arricchendole di particolari, sempre inutili e dannosi.
Anche per la morte di quello che è stato definito “criminale di guerra” si è sollevato un polverone, ma tutti sembra abbiano scordato la pietà. Che non è colo cristiana, intendiamoci, e che non si deve confondere con la compassione. La compassione cristiana, diceva Papa Benedetto XIV, non ha niente a che vedere col pietismo, con l’assistenzialismo; piuttosto è sinonimo di solidarietà e di condivisione, ed è animata dalla speranza. Nulla a che vedere , quindi. Escludiamo ogni giudizio morale; c’è una pietà “del cielo” che non manca mai, la pietà è una facoltà preziosa dell’anima che non tutti provano. I Tribunali condannano, le nostre coscienze condannano, il male, qualunque forma assuma, va deplorato, ma non siamo i giudici ultimi. Fedor Dostoevskij diceva: “Pietà quanta se ne vuole, ma non lodate le cattive azioni: date loro il nome di male”.
Il corpo di Priebke, sepolto, incenerito, ovunque si trovi o si troverà, tornerà alla polvere, e svanirà; in un certo senso non sarà mai esistito e sarà nella pace cosmica … ma la sua anima troverà mai pace?


CONDIVIDI
Articolo precedenteLegge di stabilità 2014: ora il Trise, ma la stangata arriverà nel 2015
Articolo successivoDivieto di sosta: ufficiale, sconto del 30% alla multa se si paga subito

1 COOMENTO

  1. Due riflessioni: Chi scrive ed esprime giudizi, deve rendere omaggio al sacrificio di quelle vittime innocenti. Priebke è il prodotto della cultura di una ideologia estremista che ha offeso la storia civile dell’umanità.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here