Non bastava l’aumento dell’Iva al 22%, che ha colpito una serie interminabile di prodotti di largo consumo, tra cui anche molti alimentari e bevande. Da oggi, uno dei beni universalmente più apprezzati e diffusi, in Italia sarà più amaro che altrove. Crescono, infatti, le accise sulla birra.

Da oggi, dunque, la bevanda più nota e diffusa vede innalzato l’obolo che è chiamata a versare al fisco. La denuncia arriva direttamente dalle organizzazioni di distributori, che chiedono la soppressione della norma con il rincaro.

In sostanza, fino a ieri su ogni euro di birra, 37 centesimi era la parte richiesta dallo Stato: ora, con il primo aumento e i due successivi che dovrebbero realizzarsi entro poco più di un anno – cioè a gennaio 2014 e dodici mesi più tardi – il rapporto di “un sorso ogni tre”, rischia di diventare uno ogni due, avvicinandosi, cioè, a 50 centesimi per ogni euro speso nella bionda da bere.


L’incremento è un effetto delle misure inserite nel decreto scuola, che prevede l’innalzamento delle accise sulle bevande alcoliche, con la birra coinvolta per 2,66 euro a ettolitro, destinato a sfiorare i 3 euro coi prossimi rincari.

Peccato, però, che in Italia la birra rimanga l’unica bevanda alcoolica di largo consumo ad applicare l’accisa, vedendo schizzare il proprio contributo all’erario del 70 percento negli ultimi 10 anni. Un impegno di cui ad esempio, il vino è esentato.

A questo punto, insomma, la filiera della birra italiana ha deciso di dire basta, aprendo una petizione sul sito di AssoBirra, che ha raccolto decine di migliaia di adesioni che vanno dai baristi ai consumatori, dai distributori ai produttori di un’industria che si sente sempre più messa alle corde da un fisco verace. ” Aumentare le accise sulla birra danneggia tutti, non solo chi la birra la beve (che finirà per pagarla di più) e le oltre 500 aziende italiane che la producono, tra grandi marchi e micro birrifici artigianali.”

Vai e firma il testo della petizione


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